Referendum, Renzi studia il piano B: basta evocare l'addio alla politica

Mercoledì 22 Giugno 2016 di Alberto Gentili

ROMA Dopo la batosta elettorale, Matteo Renzi comincia a studiare un Piano B per salvare la riforma costituzionale. E il proprio ruolo. La parola d'ordine è «spersonalizzare lo scontro». L'idea che si fa avanti nei corridoi di palazzo Chigi e del Nazareno, è quella di slegare le sorti del referendum d'ottobre dal destino personale del premier.
In queste ore, consiglieri e parlamentari fedeli stringono d'assedio Renzi. Con prudenza e non senza imbarazzo cercano di far capire al capo «che è ormai evidente che aver polarizzato lo scontro su di te non paga. Anzi, è dannoso, come dimostrano i risultati elettorali: è stato un voto contro Renzi». E altri aggiungono: «Ci sono tanti modi e formule per dare valenza politica alla partita referendaria. Ma d'ora in poi puoi evitare frasi tipo: Se perdo mi ritiro a vita privata, se prevalgono i no lascio la politica. E' evidente che in caso di sconfitta ne trarrai le conseguenze. Ma se continui con quegli slogan, è inevitabile che i tuoi avversari trasformeranno il referendum in un plebiscito pro o contro di te, impedendoti di parlare del merito della riforma costituzionale che, di per sé, ha una forte portata innovativa e nei contenuti è decisamente popolare».

 

Renzi ha ascoltato. Non ha detto né sì, né no. Non ha chiuso la porta. Ha osservato: «Ma anche se facessi questo passo di lato che mi chiedete, sarebbero gli altri a tirarmi dentro, dicendo che la vittoria del no è la strada per spedirmi a casa. In più qualcuno potrebbe leggere questa correzione di rotta come una prova di debolezza e di pavidità». Pausa. Sospiro: «Ma è anche vero che se riusciamo a spersonalizzare davvero lo scontro, finalmente riusciremo a spiegare agli italiani come la riforma taglia i posti e gli stipendi dei politici, semplifica l'attività legislativa, garantisce la stabilità. E affermare che chi dice no è per la conservazione dell'attuale sistema, mentre il sì è la porta verso l'innovazione». Insomma, una vera metamorfosi della battaglia referendaria: da Renzi sì Renzi no, a innovazione contro conservazione. Che è poi la sintesi che già la notte di domenica, cercando di metabolizzare la sberla elettorale, Renzi aveva cominciato a compiere senza l'aiuto di amici e consiglieri.

Il discorso è rimasto sospeso. Ma ieri sera Renzi ha compito il primo passo di lato. Presentando il libro del tech-guru americano Alec Ross al teatro Eliseo, in settanta minuti di dibattito, il premier non ha mai pronunciato la parola referendum. E non ha calcato più di tanto la mano sulla riforma costituzionale. Anzi. Segno che Renzi ragiona davvero sul Piano B.

LA PUBBLICA FRENATA
Ad esempio, in una fase del dibattito moderato dal direttore del Foglio Claudio Cerasa, il premier ha fatto scivolare la riforma Boschi in un lungo elenco insieme alle altre: «In questi due anni abbiamo fatto tante riforme, attese da tanto tempo, per rimettere in moto il Paese. Abbiamo fatto il Jobs Act, la riforma della pubblica amministrazione, l'abolizione della tassa sulla casa, la legge elettorale, la riforma costituzionale. Ma non servono a indicare una visione dell'Italia per i prossimi vent'anni. Semplifichi il sistema, rendi la macchina funzionante, ma poi devi decidere dove andare e per questo bisogna scommettere sul capitale umano».

Renzi, mentre parlava, era consapevole «di non dare un titolo» ai giornali. Ed era anche visibilmente «soddisfatto» dell'impresa. Un'altra dimostrazione del passo di lato, dell'intenzione di spersonalizzare lo scontro referendario, il premier l'ha data in un altro passaggio. Ma in questo ha avuto un sussulto politico inquadrando nel mirino i Cinquestelle, anche senza citarli: «Per agganciare il futuro l'Italia deve cambiare, diventare più semplice. Questo sarà possibile se il Paese non avrà paura. Invece c'è chi, come i populisti, guardano al futuro come una minaccia da cui proteggersi, di cui avere timore».

Ultimo aggiornamento: 23 Giugno, 08:36

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