Processo nel Pd, primi dubbi nella maggioranza renziana

Mercoledì 22 Giugno 2016 di Nino Bertoloni Meli
ROMA La richiesta di dimissioni di Renzi, quella no, è rimasta voce dal sen fuggita (Zoggia) ma da nessun ripresa. La richiesta di una discussione forte, decisa, franca e sincera come si diceva ai tempi del vecchio Pci, quella c'è e rimane. Il rischio di far ricadere il nuovo Pd renziano negli stanchi rituali del partito-zavorra ci sono tutti, ma tant'è, la scoppola elettorale c'è stata, non si può far finta di nulla né mettere la polvere sotto il tappeto. «Non ci sarà la guerra atomica da parte della minoranza», ha confidato Roberto Speranza, l'anti-Renzi in pectore quando ci sarà il congresso, «siamo persone serie, mica vogliamo lo sfascio, dobbiamo tutti insieme impedire che si vada a sbattere, occorrono forti e chiare correzioni di linea». «Non conviene far cadere Renzi, se no tornano quelli di prima», chiosa a sua volta Gianni Cuperlo, e non si capisce se è una battuta o una finezza delle sue.

 

GLI OBIETTIVI
Come che sia, in molti puntano a una sorta di «processo al Capo» venerdì in direzione, al netto dalla volontà di Matteo Renzi di farsi mettere sotto processo (finora è uno spettacolo mai andato in scena). I rischi dei rituali stanchi ci sono tutti, con il contorno delle solite correnti e correntine già in movimento: Speranza riunisce i suoi domani; Cuperlo no, i cuperliani terranno convegno sabato. E poi le interviste di ex capi, i posizionamenti, i messaggi cifrati. Non ci sarà la guerra atomica da parte della sinistra interna, ma guerriglia e truppe d'assalto non mancheranno. Due i temi politici sui quali Bersani e compagni batteranno di più: che il Pd torni a occuparsi dei ceti più deboli; secondo, ancora più incalzante, il tema del referendum, sul quale le minoranze non hanno ancora preso una posizione chiara e netta. Anzi. L'idea è di presentarsi in direzione con una sorta di proposta di scambio se non aut aut: «Modifiche alla legge elettorale, altrimenti libertà di voto sul quesito».

Alla vigilia della direzione, è la maggioranza renziana che scricchiola. C'è Piero Fassino che, forte di esperienza politica e di leadership, chiede di discutere sulla legge elettorale perché, ha spiegato, «con il tripolarismo uno dei poli al secondo turno decide chi poi far vincere». C'è Dario Franceschini che ha difeso apertamente la scelta del sì al referendum, ma a chi gli ha parlato ha confessato apertamente di non condividere la personalizzazione del quesito fatta da Renzi. Ci sono soprattutto i giovani turchi in aperta fibrillazione: Andrea Orlando porta le cicatrici della scoppola napoletana in quanto ex commissario, e di quella di Savona in quanto ligure; Matteo Orfini è coperto di bende e cerotti dopo il fiasco capitolino, e ancora non si è capito se rimane commissario fino al congresso romano (quando?) o se considera concluso il suo incarico. Nel frattempo, il Guardasigilli ha cominciato a posizionarsi: proprio l'altro giorno in Cdm, dove si è dibattuto anche dell'esito dei ballottaggi, Orlando ha detto che «ci vuole più attenzione ai ceti più deboli» e, secondo, «bisogna spersonalizzare il referendum», che non sono propriamente argomenti propri della maggioranza. «Alla fine, il nuovo capo della sinistra interna sarà Orlando», la battuta neanche troppo ironica di un renziano della prima ora.

LA SQUADRA
C'è anche un problema molto molto interno. Nella nuova segreteria tutta politica che è cominciata a circolare con buona dose di certezza, ci sono d'ufficio i due capigruppo Zanda e Rosato; c'è il ministro Martina con possibilità di diventare vice segretario per occuparsi del partito (ma si dovrebbe dimettere da ministro); ci sarebbero il governatore toscano Rossi e l'ex governatore emiliano Errani (Zingaretti si è chiamato fuori); ci sarebbero la ministra Boschi, Lotti, Guerini, ma non figurerebbe alcun turco. Non che la cosa faccia perdere il sonno a Renzi, per lui il partito vecchio stampo è ormai un passato che non torna più. Renzi non ha ancora sciolto il nodo se proporre una segreteria unitaria, con dentro qualcuno della minoranza, o se procedere solo con la sua maggioranza post congressuale. Dipenderà dall'atteggiamento tenuto dalle minoranze. Potrebbero esserci sorprese e cose inaspettate.

Così come inaspettate sono alcune prese di posizione tipo quella di Alfredo Reichlin, che pur tra tante critiche e staffilate al renzismo, tuttavia dall'Unità lancia un monito chiaro: «Continuando così, consegniamo il Paese alla destra». Per l'ex dirigente comunista, «Renzi si è affermato come esigenza di cambiamento e affermando la necessità di rimettere in moto il Paese». E anche Massimo D'Alema, che non è stato certo tenero con il premier e con alcuni candidati, tuttavia in Puglia, nella sua Gallipoli, ha appoggiato il candidato di partito Stefano Minerva e non Flavio Fasano che è stato suo braccio destro per tanto tempo, e con il quale ha rotto anni fa.

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