LUIGI DI MAIO

La Lega guarda ai mercati, colloquio Giorgetti-Draghi

Domenica 7 Ottobre 2018 di Marco Conti
Nervosi, molto. Soprattutto il M5S e Luigi Di Maio che, e non è la prima volta, quando ha poco da dire attacca giornali e giornalisti. Tacciono, o quasi, invece i leghisti che trattengono il fiato in attesa della riapertura delle borse. Perché, come ripete da giorni il viceministro al Mef Massimo Garavaglia, «per noi conta il giudizio dei mercati». E così mentre Matteo Salvini continua ad attaccare i «burocrati» della Commissione di Bruxelles, l'occhio di molti esponenti del Carroccio domani sarà puntato sulle borse e su quello spread che la scorsa settimana ha già superato i 300 punti.

LA COPERTA
Mentre Di Maio incrocia le dita, e rassicura via Facebook i fan del reddito di cittadinanza, a palazzo Chigi tocca a Giancarlo Giorgetti il compito di placare allarmati investitori e preoccupatissimi imprenditori che minacciano di mollare e andarsene. E così, mentre il governo fa muro sul 2,4% ed è ancora a caccia di coperture, il sottosegretario del Carroccio è diventato il terminale di coloro che sperano in un ravvedimento per evitare non tanto lo scontro con l'Europa - per il quale ci vorrà ancora tempo prima che si consumi - ma quello con i mercati e, soprattutto, con le agenzie di rating.

Sarà per il ruolo svolto a palazzo Chigi o per il suo strettissimo rapporto con Salvini, che mercoledì scorso Mario Draghi, presidente della Bce, ha concluso il suo tour romano proprio incontrando Giorgetti dopo aver parlato al Quirinale con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Al sottosegretario non mancano conoscenze e sensibilità per comprendere la preoccupazione espressa da Draghi sui rischi che corre l'Italia e l'eurozona con una manovra tutta assistenza e che, come sostenuto ieri da Alberto Brambilla alla convention di FI, fa salire con i reddito di cittadinanza la spesa per assistenza «finanziata da imposte».

Ora la partita si sposta in Aula dove la manovra arriverà a breve insieme alle valutazioni che nei prossimi giorni raccoglieranno i molti ambasciatori che il governo ha messo in campo e tra i quali, non figura il vicepremier Di Maio. In settimana il ministro dell'Economia Giovanni Tria parteciperà ai lavori del Fondo Monetario Internazione mentre il presidente della Camera Roberto Fico volerà a Bruxelles dove da tempo è all'opera il ministro degli Esteri Moavero. Subito dopo la presentazione al Parlamento della manovra di Bilancio Giuseppe Conte parteciperà al Consiglio Europeo. Tutte occasioni per spiegare che la bocciatura del Def avvenuta venerdì da parte della Commissione Ue è dovuta «ad una scarsa conoscenza delle misure che intendiamo attuare», come sostengono i grillini.
Salvini e Di Maio sono quindi d'accordo nell'attacco a Bruxelles e ad una Commissione che «tra sei mesi verrà spazzata via», ma nel concreto le differenze non mancano anche perché, come sostiene lo stesso vicepremier grillino, «la maggior parte delle misure nella manovra sono del M5S».

IL GIUDIZIO
Il problema rischia infatti di non essere Bruxelles, ma soprattutto le principali agenzie di rating che tengono ancora l'Italia due gradini sopra il livello speculativo junk (spazzatura). Moody's, che per ora ci assegna un rating BAA2, deciderà a fine mese come S&P (BBB). Mentre Fitch, che ha già tagliato il rating a BBB in agosto, potrebbe nuovamente pronunciarsi. Lo scenario non è dei più rassicuranti, anche perché l'attuale Commissione Ue sarà pure «finita», come sostiene Di Maio, ma il giudizio degli investitori, come si è già visto, è molto più rapido e spesso più pesante, di una procedura d'infrazione che ha comunque tempi ancor più lunghi visto l'appuntamento elettorale. Di tutto ciò a via Bellerio, sede della Lega, sono consapevoli e, malgrado non intendano lasciare al M5S il frutto di una campagna elettorale sovranista contro l'Europa dei banchieri, non mancano di offrire segnali di possibili correzioni.
E così la Lega si prepara a mediare dietro le quinte evitando che il piano B, la cui esistenza ieri è stata smentita, porti ad una frattura con l'alleato e soprattutto con Di Maio che sembra legare sempre più anche il suo personale destino al 2,4% fino al punto di minacciare il ritorno al voto.
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