Barcellona dichiara l'indipendenza e Madrid scioglie la Catalogna

Venerdì 27 Ottobre 2017 di Mauro Evangelisti
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La repubblica catalana dura meno di un pomeriggio. Alle 20.15 il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy appare in televisione e annuncia le decisioni prese dal governo con l'applicazione dell'articolo 155: «Abbiamo rimosso il presidente Carles Puigdemont e tutti i consiglieri, il direttore generale della polizia autonoma e il segretario generale dell'interno». Elenca una lunga lista di uffici chiusi, a partire dalle rappresentanze all'estero della Catalogna, e spiega: «Non si tratta di sospendere l'autonomia della Catalogna, ma di riportarla alla normalità, alla legalità. Per questo abbiamo sciolto il Parlamento e convocato elezioni per il 21 dicembre». Contro la dichiarazione d'indipendenza il governo catalano presenta ricorso alla Corte costituzionale.

L'IMPATTO
I treni erano in corsa e nessuno è riuscito a fermarli. L'impatto, atteso da giorni, c'è stato: Barcellona, 15.30, il Parlamento Catalano vota la dichiarazione di indipendenza, applausi, lacrime, a migliaia festeggiano fuori. Ma mezz'ora dopo l'attenzione si deve spostare a Madrid, al Senato. Qui, in questa sfida parallela, qualche ora prima Rajoy ha pronunciato un discorso contundente sulla necessità di applicare l'articolo 155 per ripristinare la legalità in Catalogna. Dai banchi del Pp gli applausi sono stati vibranti, forse perfino troppo: tanto entusiasmo, per una decisione che per quanto necessaria sarà dolorosa e foriera di ulteriori tensioni, è un pessimo messaggio ai catalani che stanno guardando la televisione. Alle 16 il Senato approva, dà il via libera, alle 20.15, al termine del consiglio dei ministri, Rajoy appare in televisione e spiega come sarà applicato il 155. Ecco, la Catalogna, dopo che giovedì Puigdemont ha rifiutato l'ultima mediazione - la convocazione di elezioni anticipate - è questa: il governo centrale commissaria la Generalitat e con i ministri prenderà possesso di tutti i settori vitali e il controllo dei Mossos d'Esquadra, per andare il 21 dicembre alle elezioni. Ma è anche l'immagine della bandiera spagnola rimossa dagli indipendentisti dal palazzo della Generalitat e da centinaia di comuni.

Quando Puigdemont entra in Parlamento, in mattinata, tutto intorno il Parc de la Ciutadella è circondata dai manifestanti con la estelada, gli stessi che il giorno prima con uno striscione lo accusavano di essere un traditore perché stava per rinunciare alla dichiarazione d'indipendenza. Ha il sorriso nervoso che lo accompagna da diversi giorni, al suo fianco la bella moglie, Marcela Topor, di origini romene. In aula il dibattito, con la solita liturgia degli interventi indignati dei rappresentanti di Pp, Ciudadanos e Psoe, procede senza scossoni. Puigdemont nel giorno che in un modo o nell'altro resterà nei libri di storia, incredibilmente non parla. Quando arriva il momento del voto, i parlamentari di Pp, Ciudadanos e Psoe se ne vanno, lasciano sui banchi bandiere spagnole. Roger Torrent, portavoce di Esquerra republicana, chiede il voto segreto.

LA SORPRESA
Sorpresa, è il giorno in cui si scrive la storia e si ricorre al voto segreto? C'è una logica: se un giudice incriminerà per rebeldia i parlamentari, non potrà identificare coloro che hanno detto sì. Si contano i voti, la maggioranza ovviamente c'è, qualcuno fa notare che non è una vera e propria Dui, ma l'avvio del processo per la nascita della Repubblica catalana, ma conta poco. Inno, festeggiamenti. Il problema è che alla porta della Generalitat oggi potrebbero bussare gli agenti di polizia.

Ultimo aggiornamento: 28 Ottobre, 09:02 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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