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Strage di Bruxelles, aumentano i dubbi sul “pentito” Salah: «Non fidatevi, forse vuole solo depistare»

Strage di Bruxelles, aumentano i dubbi sul “pentito” Salah: «Non fidatevi, forse vuole solo depistare»
di Francesca Pierantozzi
4 Minuti di Lettura
Mercoledì 23 Marzo 2016, 09:06 - Ultimo aggiornamento: 24 Marzo, 11:34

Chi è davvero Salah Abdeslam? Un pentito? Un terrorista che continua ad agire anche dentro la cella 32, nel sottosuolo del carcere di Bruges? Una pedina dell'Isis con la missione di depistare le indagini? Per il criminologo belga Vincent Seron, «lo sapremo presto»: basterà vedere come reagirà dopo l'attacco a Bruxelles. Anche se finora non ha detto molto, Salah ha fatto sapere tramite il suo avvocato che ha intenzione di «collaborare con la giustizia». «Se adesso cambiasse idea, decidesse di trincerarsi nel silenzio, allora sapremmo che sapeva tutto, che doveva depistare, prendere tempo, aspettare» continua Seron. Una cosa è certa: per gli inquirenti, che siano a Bruxelles o a Parigi, le parole di Salah, anche le poche che ha finora pronunciato davanti al giudice istruttore, vanno prese con estrema prudenza. L'Isis non addestra infatti i suoi «combattenti» soltanto a usare il kalashnikov, a scegliere gli obiettivi, a motivare i complici, ma anche a comportarsi con la polizia, a ingannarla prima di passare in azione, esibendo comportamenti non-radicali, come alcool, ragazze e discoteche, e anche dopo, in caso di cattura, in carcere, distillando con cura le dichiarazioni ai magistrati. Fino a qualche anno fa su un forum jihadista francofono si poteva scaricare il pdf di un “manuale di sopravvivenza in stato di fermo” in cui si potevano trovare strategie e astuzie per depistare la polizia e coprire i complici.



«MOLTI INTERROGATIVI»
Il procuratore di Parigi François Molins ha avvertito subito che «le prime dichiarazioni» di Salah, «devono essere prese con molta precauzione» perché lasciano aperti «molti interrogativi». Una degli avvocati delle famiglie delle vittime del 13 novembre, Samia Maktouf ha invitato tutti a non cadere in quella che vede già come una «manipolazione». «Stiamo attenti, non facciamone un pentito - ha detto Maktouf - Se si fosse pentito, non aveva bisogno di tornare in Belgio, né di procurarsi altro materiale esplosivo. È stato uno dei cervelli degli attentati, non lo dobbiamo dimenticare, è qualcuno che ha orchestrato, che ha organizzato, che ha circolato in Europa per mettere insieme tutti gli elementi necessari per compiere gli attentati. Si comincia a descrivere un uomo che piange, qualcuno dice perfino che ormai aspettava la polizia, che voleva farsi catturare: è un'offesa alla memoria delle vittime».
 

IL COLLABORATORE PERFETTO
E infatti, tre giorni fa il ministro degli Esteri belga Didier Reynders assicura che Salah «stava preparando qualcosa a Bruxelles», che aveva «molte armi pesanti» acquistate di recente. Stava preparando gli attacchi a Bruxelles, poi realizzati da suoi complici dopo l'arresto? Oppure gli attacchi dovevano svolgersi altrove, e la sua cattura ha provocato un'accelerazione e un cambio dei piani? «È restato quattro mesi latitante. Se davvero doveva passare in azione, ha avuto tutto il tempo per farlo» ha analizzato David Thomson, esperto di jihadismo ed editorialista alla radio francese Rfi. Anche la «rinuncia» di Parigi, il suo «tirarsi indietro» allo Stade de France solleva non pochi dubbi. Perché, dopo aver lasciato i tre kamikaze allo stadio la sera del 13 novembre si è recato nel 18 esimo arrondissement, sotto a Montmartre, proprio dove avrebbe dovuto esserci il quarto attacco di Parigi secondo la rivendicazione dell'Isis? Perché è poi andato a Montrouge? Si sta costruendo una figura di pentito perfetto? Un mese fa, il procuratore Van Leeuw non aveva esitato a dire in un'intervista che Salah Abdeslam, allora ancora latitante, nascosto a Bruxelles, «avrebbe potuto essere un ottimo informatore della polizia».