Delitto Caccia, dopo 32 anni arrestato il presunto assassino del procuratore capo di Torino

Delitto Caccia, dopo 32 anni arrestato il presunto assassino del procuratore capo di Torino
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Martedì 22 Dicembre 2015, 09:45 - Ultimo aggiornamento: 27 Dicembre, 17:32

Uno dei presunti assassini di Bruno Caccia, il procuratore capo di Torino ucciso nel 1983, è stato arrestato dalla polizia. Si tratta di Rocco Schirripa, torinese di 64 anni di origini calabresi, che attualmente faceva il panettiere alla periferia della città. L'inchiesta è stata coordinata dalla procura di Milano. Bruno Caccia fu ucciso la sera del 26 giugno 1983, 32 anni fa, con 14 colpi di pistola mentre portava a spasso il suo cane sotto casa, sulla precollina di Torino. Per l'accaduto fu arrestato, nel 1993, il mandante del delitto, Domenico Belfiore, esponente di spicco della 'ndrangheta in Piemonte, poi condannato all'ergastolo e dallo scorso 15 giugno ai domiciliari per motivi di salute. Caccia stava indagando su numerosi fatti di 'ndrangheta tra cui alcuni sequestri di persona.

Le indagini
Rocco Schirripa, l'uomo arrestato per l'omicidio del procuratore, è stato incastrato grazie ad una lettera anonima inviata dagli inquirenti milanesi a Domenico Belfiore, già condannato all'ergastolo per l'episodio. In seguito alla lettera sono state intercettate le «reazioni» sul coinvolgimento di Schirripa. 
L'arrestato faceva il panettiere in borgata Parella. Quando Belfiore esce dal carcere e finisce ai domiciliari (per motivi di salute) è con un escamotage che gli uomini della Squadra mobile riescono a ricostruire il rapporto con Rocco Schirripa, mai entrato nell'inchiesta sul delitto di Caccia, e a scoprire che sarebbe stato proprio lui - quella sera di 32 anni fa - a scendere dalla macchina ed esplodere il colpo fatale contro il procuratore torinese.

La lettera anonima conteneva la fotocopia di un articolo del quotidiano 'La Stampa' di 32 anni fa, con la notizia dell'arresto di Domenico Belfiore per l'omicidio del procuratore di Torino Bruno Caccia. E, sul retro, gli investigatori hanno scritto il nome 'Rocco Schirripà, con l'obiettivo di sondare la reazione su uno dei sospetti che, all'epoca, era un «soldato» della famiglia Belfiore. Reazioni che non si sono fatte attendere. Belfiore, che attualmente si trova agli arresti domiciliari per motivi di salute, non sapendo di essere intercettato, pur utilizzando diverse precauzioni ha parlato dell'episodio con suo cognato, Placido Barresi, che era stato assolto dall'accusa di omicidio. Barresi ne ha parlato a sua volta con Schirripa che, interrogandosi su chi avesse inviato la lettera anonima con il suo nome, aveva anche progettato la fuga. È stato però arrestato dalla Squadra mobile di Torino in esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip di Milano Stefania Pepe. La lettera anonima, ha spiegato il procuratore di Milano facente funzione, Pietro Forno, è stata quindi una «scommessa investigativa» che ha consentito di raccogliere elementi a carico di Schirripa, scatenando una reazione 32 anni dopo il delitto.

Rocco Schirripa sarà interrogato domattina a Milano, probabilmente nel carcere di San Vittore. «Sono sorpreso da questo sviluppo», ha dichiarato il suo avvocato, Basilio Foti. «Ancora - aggiunge - non conosco gli elementi a carico del mio assistito, che peraltro non ho ancora visto». Nel 2011 Schirripa - soprannominato dai conoscenti Rocco 'barcà - era stato coinvolto nell'inchiesta «Minotauro» sulla presenza della 'ndrangheta a Torino e provincia. Ne era uscito patteggiando un anno e otto mesi di reclusione.

La ricostruzione
Rocco Schirripa avrebbe dato il «colpo di grazia» al magistrato secondo la ricostruzione degli inquirenti della Dda di Milano. Domenico Belfiore, già condannato all'ergastolo per il delitto, e il suo «soldato», Rocco Schirripa, secondo quanto è emerso dalle indagini, avrebbero atteso il magistrato a bordo di un'auto, appostati vicino alla sua casa. Belfiore, esponente di spicco della 'ndrangheta in Piemonte, avrebbe sparato a Caccia dalla vettura, ferendolo. A quel punto, secondo le accuse, Schirripa sarebbe sceso dall'auto, per finire il procuratore con un colpo di pistola alla testa.

Il capo della Dda di Milano Ilda Boccassini, che ha coordinato l'inchiesta assieme al pm Marcello Tatangelo, si è detta «emozionata» per la svolta nelle indagini. «Le ricerche hanno confermato che i calabresi sono stati mandanti ed esecutori materiali di un omicidio di mafia di questa portata», ha spiegato Boccassini durante una conferenza stampa in Procura a Milano. «Le indagini vanno avanti - ha proseguito - e stiamo verificando se l'omicidio sia stato voluto dalla famiglia Belfiore con il beneplacito dell'organizzazione in Calabria». 
Alla conferenza stampa hanno partecipato anche il procuratore di Milano facente funzioni, Pietro Forno, il pm Marcello Tatangelo e il capo della Squadra mobile di Torino, Marco Martino. «Dopo tanti anni - ha spiegato Boccassini - è stato individuato uno degli esecutori materiali che hanno sfruttato l'unica debolezza umana di Caccia, quella di portare fuori il suo cane la sera». E ha confermato che il movente sarebbe riconducibile alle indagini coordinate da Caccia sulle attività della criminalità organizzata in Piemonte, sulla «spartizione degli affari tra Cosa Nostra e 'ndrangheta» tra Torino e Milano, culminate alcuni mesi dopo nell'arresto del boss Angelo Epaminonda. Mentre i legali dei figli di Caccia (anche grazie alla loro attività sono state riaperte le indagini), secondo Ilda Boccassini «avevano avanzato ipotesi diverse», muovendo «pesanti accuse nei confronti dei magistrati milanesi che gestirono le operazioni all'epoca». Sull'omicidio l'inchiesta è stata condotta infatti dalla Procura di Milano, in quanto competente su reati che riguardano magistrati di Torino. Schirripa era già finito nell'elenco dei sospettati in quanto, all'epoca, era legato alla famiglia Belfiore. La svolta è arrivata in seguito alla scarcerazione di Belfiore, ai domiciliari per motivi di salute, che ha consentito agli inquirenti di studiare le sue reazioni alla lettera anonima con il nome di Rocco Schirripa, raccogliendo numerose intercettazioni e un «corposo quadro probatorio».

Le intercettazioni
«Ti sei fatto trent'anni tranquillo, fattene altri trenta tranquillo». Ha detto questo, lo scorso 22 novembre, un presunto boss della criminalità calabrese a Rocco Schirripa. Il dettaglio è contenuto nell'ordinanza di custodia cautelare del gip Stefania Pepe, del tribunale di Milano. A parlare, nel corso di una conversazione intercettata dagli inquirenti, era stato Placido Barresi, un personaggio che negli ambienti investigativi torinesi è considerato legato alla malavita organizzata. Io non ne ho parlato più con nessuno», avrebbe replicato Rocco Schirripa a Placido Barresi. 

Il gi
 Rocco Schirripa, in seguito alle lettere anonime inviate dalla Squadra mobile, «evidentemente preoccupato per le possibili indagini su di lui sta pensando di rendersi irreperibile». Lo scrive il gip di Milano Stefania Pepe nell'ordinanza di custodia cautelare in carcere, in cui contesta il pericolo di fuga emerso dalle frasi intercettate dagli investigatori. «Ti dico la verità, sto dormendo male», spiega Schirripa, preoccupato per le lettere, a Placido Barresi. E, in seguito, afferma: «Io vedo di cercare una sistemazione, almeno posso andare a dormire tranquillo». Schirripa, inoltre, sottolinea il gip «gode di solidi contatti all'estero, in particolare in Spagna».

L'omicidio del procuratore di Torino, Bruno Caccia, «è stato senza alcun dubbio commesso dalla criminalità organizzata, un omicidio di matrice mafiosa, deciso da quella che negli anni '80 era la più importante cosca di 'ndrangheta operante nel torinese», quella della famiglia Belfiore. Scrive ancora il nell'ordinanza di custodia cautelare in carcere. Secondo il giudice, inoltre, «l'operatività della cosca non è mai venuta meno negli anni successivi e permane tuttora». L'omicidio sarebbe quindi stato commesso «con un'accurata pianificazione e organizzazione da una pluralità di persone, al fine di agevolare l'associazione mafiosa dei Belfiore». Il gip definisce poi Bruno Caccia un «magistrato integerrimo», il solo magistrato «ucciso da organizzazioni mafiose nel Nord-Italia». E gli «elementi di prova» a carico di Schirripa sono «inequivoci».


Le reazioni
«L'arresto di oggi è un tassello importante per gli sviluppi futuri dell'inchiesta. Ci auguriamo che possa far luce su tutti i risvolti rimasti oscuri di questa vicenda, a partire dagli altri mandanti», spiega Cristina Caccia, figlia del procuratore capo di Torino Bruno, commentando l'arresto del presunto assassino del padre. «Siamo soddisfatti del lavoro svolto dagli investigatori, ma chiaramente in circostanze del genere non si può essere contenti. È strano che questa persona sia rimasta indisturbata a Torino, per oltre trent'anni - sottolinea -. Ringraziamo la polizia e aspettiamo che l'inchiesta vada avanti».

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