Governo, il caso dei senatori-ministri: il rischio di una maggioranza assottigliata a palazzo Madama (dove c'è anche Salvini)

Difficile che la maggioranza vacilli sui singoli provvedimenti, ma attenzione a non scendere sotto la maggioranza assoluta

Governo, il caso dei senatori-ministri: il rischio di una maggioranza assottigliata a palazzo Madama (dove c'è anche Salvini)
di Fausto Caruso
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Mercoledì 5 Ottobre 2022, 16:55

Il centrodestra ha stravinto le elezioni grazie a una legge elettorale che col meccanismo maggioritario dei collegi nominali le ha permesso di sfiorare il 60% dei seggi col 44% delle preferenze. Sembrerebbero esserci le premesse per un governo solido che possa pensare di affrontare l’intera legislatura, salvo beghe interne. Giorgia Meloni deve però stare attenta a non mettersi con le sue stesse mani in condizione di fare la conta. Al Senato la maggioranza è di 115 senatori contro gli 85 della minoranza, un numero abbastanza solido che però in un'assemblea ridotta a 200 membri dal taglio dei parlamentari potrebbe farsi risicato se i nuovi ministri provenissero in massa da Palazzo Madama.

 

I numeri in Senato

Ventuno sono le caselle ministeriali che andranno riempite nelle prossime settimane. Dal Senato verranno molto probabilmente Adolfo Urso di FdI, Anna Maria Bernini di Forza Italia e Giulia Bongiorno della Lega. Se la questione si riducesse a questo semplice calcolo matematico la conclusione sarebbe che nemmeno nel caso in cui, per assurdo, tutti i ministri dovessero provenire dalle fila dei senatori di centrodestra la maggioranza di governo sarebbe a rischio. Nel computo vanno però considerati anche i sottosegretari, almeno uno o anche più per ciascun ministero. Qui la matematica comincerebbe ad ammettere la possibilità che la maggioranza di Palazzo Madama venga ceduta all’opposizione. Si dovrebbe però ipotizzare ancora che quasi l’intero esecutivo venga dall’aula del Senato.

Il pericolo da cui deve guardarsi Meloni non è tanto quello di finire effettivamente in minoranza, quanto quello che la sua maggioranza diventi così risicata che le assenze occasionali possano metterla in pericolo. Ipotesi abbastanza remota anche questa, mentre più concreta potrebbe essere la necessità di tutelarsi da eventuali “ricatti” alleati. Per fare un esempio concreto, Forza Italia al Senato può contare su 18 eletti. Con 115 senatori il centrodestra potrebbe assorbire un’eventuale astensione di FI o addirittura il voto contrario di una parte del partito del Cavaliere. Discorso diverso se una ventina tra gli esponenti di Lega e FdI fossero all’interno del governo.

Parlando della Lega, il senatore che vuole assolutamente essere nel governo è il leader Matteo Salvini: nella sua idea la casella da occupare è quella di ministro dell’Interno. Più probabile che alla fine si accasi alle Infrastrutture o al lavoro. Anche qui la premier in pectore dovrà guardarsi da possibili sgambetti parlamentari nel caso la Lega o il suo leader ritengano di non aver ottenuto i ruoli adeguati al loro peso nella coalizione.

 

Difficile andare, ma attenzione alla maggioranza assoluta

Al netto di queste ipotesi, la possibilità che il centrodestra vada in difficoltà al Senato resta remota. Diversi esponenti del governo verranno dalla Camera dei Deputati, tra i quali Antonio Tajani, Carlo Nordio e Maurizio Lupi. Altri ancora potrebbero essere esterni al Parlamento. Meloni non ha mai nascosto di voler coinvolgere alcuni tecnici per le caselle più delicate, come la dirigente dei servizi segreti Elisabetta Belloni per gli Esteri o il banchiere della Bce Fabio Panetta per l’economia. Ma anche il cofondatore di Fratelli d’Italia Guido Crosetto sarebbe una risorsa politica, ma esterna alla platea degli eletti

L’unico numero a cui la leader di FdI deve stare davvero attenta è 101, ovvero la quota che rappresenta la maggioranza assoluta del Senato. Se in gran parte i provvedimenti che passano nelle aule del Parlamento richiedono solo la maggioranza dei presenti, per altri la costituzione prevede la maggioranza assoluta: tra questi la dichiarazione d’urgenza delle leggi, l’approvazione di forme di autonomie per le regioni (argomento che interessa alla Lega) e quelle riforme costituzionali che il centrodestra unito ha promesso in campagna elettorale. In quest’ultimo caso servirebbe addirittura la maggioranza dei due terzi, perché con quella assoluta le opposizioni possono chiedere un referendum confermativo sulle modifiche proposte alla Carta fondamentale. La futura premier dovrà quindi tenere sotto mano il pallottoliere affinché la sua maggioranza non galleggi troppo vicino a questa quota. Un altro parametro da attenzionare in un totoministri che tra pretese e veti alleati rappresenta già la prima sfida importante di una legislatura che dovrà far fronte ad alcune delle più grandi crisi degli ultimi anni.

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