Paola Severino (vicepresidente Luiss): «Merito e innovazione, i pilastri della crescita»

Paola Severino (vicepresidente Luiss): «Merito e innovazione, i pilastri della crescita»
di Roberta Amoruso
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Lunedì 23 Agosto 2021, 00:23 - Ultimo aggiornamento: 12:50

Professoressa Paola Severino, vice presidente della università Luiss Guido Carli, decenni di dibattito sull’anti-meritocrazia negli atenei non sembrano aver portato lontano. Le università italiane arrancano nel confronto internazionale e chi è contrario alle classifiche sembra ignorare il numero enorme di ragazzi che va a studiare all’estero. È d’accordo con chi - come Roger Abravanel dalle colonne del Messaggero - accusa un sistema universitario, che seppur didatticamente adeguato non rappresenta una fabbrica di ricerca?
«Partiamo dal tema delle classifiche: esse rappresentano una fotografia parziale del fenomeno e sono confrontabili solo se rispecchiano sistemi omogenei e comparabili. Parziale perché non raffigurano il sistema Paese nella sua complessità. Se prendiamo ad esempio il sistema universitario anglosassone rileviamo che esso si incentra su poche Università di eccellenza, costruite per occupare i primi posti nelle classifiche internazionali, mentre molte Università si attestano su un livello molto inferiore. In Italia invece abbiamo una valutazione mediamente più alta, grazie ad un gran numero di buone Università distribuite sull’intero territorio nazionale e più accessibili. Il che non vuol dire che entrambi i sistemi non possano migliorare: quello anglosassone puntando anche ad innalzare la media e quello italiano ispirandosi ai criteri che possano premiare nel sistema delle valutazioni internazionali». 

Anche l’Italia ha università a velocità diverse. 
«Noi in Luiss, per esempio, avendo avuto particolare attenzione alla verifica di alcuni ranking, siamo riusciti a posizionarci quest’anno tra le prime 50 Università al mondo in “Politics and International studies” nonché a scalare in un solo anno decine di posizioni per gli studi giuridici ed economici. Il risultato mi ricorda quello, analogo, che si riuscì ad ottenere quando, da ministro della Giustizia, mi trovai ad affrontare il tema della classifica internazionale “Doing business” in cui occupavamo una posizione molto arretrata, anche a causa della non buona valutazione del sistema giudiziario italiano».

Come affrontò quel problema?
«Non solo puntando su riforme che tenevano conto della stretta correlazione tra giustizia ed economia, ma anche instaurando un dialogo molto intenso con la Banca mondiale, volto a dimostrare che alcuni dei ranking utilizzati per la classifica erano applicabili al sistema giuridico anglosassone ma non lo erano per quello, profondamente diverso, vigente in Italia». 

Il risultato?
«L’insieme dei due interventi ci portò ad una risalita di ben 35 posizioni in un anno nel posizionamento di quella importante classifica, cui si ispirano moltissimi investitori internazionali per orientare le loro scelte. Tutto ciò non vuol dire affatto che dobbiamo ignorare le classifiche internazionali, ma che dobbiamo pretendere l’omogeneità dei parametri di valutazione, ottenere che i valutatori siano correttamente informati e sviluppare la capacità di selezionare i ranking più importanti, puntando al loro miglioramento».

Continuiamo a perdere cervelli, una pesante sconfitta. Regaliamo all’estero ricercatori e idee per le start-up del futuro, non pensa sia inaccettabile? Le poche eccellenze tra le università italiane non bastano a creare la fucina della crescita futura. Non è bastato in passato, visti i bassi tassi di crescita dell’Italia, e non lo sarà in futuro se non si rivoluziona il sistema. Continueremo a contare le aziende chiuse e vendute, e ad andare a caccia di incentivi all’imprenditoria. Le università al top delle classifiche internazionali parlano di altro, di ragazzi giovanissimi che diventano il motore del cambiamento e che trovano tappeti rossi per entrare nel mondo accademico. Da cosa bisogna partire secondo lei, per favorire la rivoluzione del sistema?
«La fuga dei cervelli priva sicuramente il nostro Paese di alcune delle migliori risorse, ma il successo di alcuni dei nostri laureati - penso, tra i tanti altri, a Luca Maestri, vicepresidente e direttore finanziario di Apple, uno dei numerosi allievi Luiss di grandissimo e meritato posizionamento internazionale - rappresenta la conferma più evidente della qualità del nostro metodo di insegnamento. Un metodo basato sul “large learning” cioè sulla creazione di una larga base culturale su cui innestare poi la specializzazione, molto diverso da quello americano puntato fin dall’inizio verso una specializzazione sempre più esasperata. Il fatto che oggi le migliori Università statunitensi abbiano deciso di inserire anche nei loro corsi più specialistici le materie umanistiche, che hanno sempre maggiormente caratterizzato il nostro sistema culturale, dimostra che non è nella estensione della nostra base di studio che sbagliamo».

Non crede che in Italia si curi poco il passaggio dall’apprendimento teorico all’elaborazione di profili professionalizzanti?
«È vero, trascuriamo la scelta di corsi post lauream orientati verso le nuove specializzazioni più richieste dal sistema pubblico e privato, non promuoviamo abbastanza l’interrelazione tra mondo degli studi, mondo della ricerca e mondo del lavoro. Si tratta di aspetti cui si può porre rimedio senza rinunciare a quanto di buono c’è nei nostri metodi di base, purché ci si renda conto che il compito delle Università non termina con le lauree, ma deve protendersi verso corsi che insegnino a lavorare, ad esempio, nel mondo dell’intelligenza artificiale, della cybersecurity, della consulenza aziendale, della governance d’impresa, del management pubblico, come noi in Luiss ed in alcuni altri atenei italiani stiamo facendo. Ciò ci consente di intercettare flussi di domanda di lavoro che ci hanno portato ad un tasso medio di occupazione del 94% nel primo anno dalla laurea».

È d’accordo con chi critica la spinta ai finanziamenti di mercato per le università? E’ vero che si rischia di favorire le disuguaglianze?
«Assolutamente no. Premiare le Università che investono nella ricerca teorica e promuovono la ricerca applicata rappresenta anzi un sistema di riconoscimento del merito che è volto a colmare disuguaglianze basate su dislocazioni territoriali o su scarsità di risorse, promuovendo cattedre e ricerche finanziate da settori dell’economia sensibili alla promozione di alcuni settori innovativi. È proprio sul miglioramento del rapporto tra mondo universitario e mondo del lavoro e che possiamo rinvenire la chiave del successo di alcuni grandi atenei americani ed europei. Pensiamo a quanti cervelli in fuga recupereremmo se potessimo assicurare ad ogni nostro bravo studente una buona collocazione lavorativa oppure un buon percorso di ricerca».

Nel sistema anglosassone l’ascensore sociale è garantito da borse di studio e finanziamenti agli studenti, perché in Italia siamo così restii a favorire questo percorso?
«Anche in Italia abbiamo forme di finanziamento degli studenti. Noi in Luiss per esempio nell’ultimo anno accademico abbiamo erogato oltre 1.000 borse di studio a studenti meritevoli e bisognosi, mentre in altre nazioni è proprio l’elevato costo delle iscrizioni ad impedire che il potente ascensore sociale della cultura possa operare diffusamente».

Ma ampliare il numero e la tipologia di finanziamenti non farebbe male a nessuno.
«Sicuro, anzi non bisogna sprecare l’irripetibile occasione di un Pnrr che ha il grande merito di aver posto il miglioramento del sistema di istruzione tra gli obiettivi principali della ripresa economica del Paese. Ho avuto l’onore di essere nominata dalla ministra Cristina Messa presidente del Supervisory board per l’attribuzione dei rilevanti fondi del Pnrr alle Università italiane. Avverto la grande responsabilità di tracciare, insieme al ministero ed agli altri componenti del Comitato, le linee cui dovranno ispirarsi progetti universitari di qualità, meritevoli di finanziamento, che potrebbero migliorare la percezione e il valore sia dei nostri atenei storici sia di quelli che hanno più di recente promosso prospettive innovative. È questa la sfida che oggi dobbiamo affrontare e vincere, premiando la migliore capacità di progettazione e la migliore capacità di formare, mantenere ed attrarre in Italia i giovani più meritevoli».

Forse le classifiche delle università non salveranno il mondo, ma è dimostrato che sono un modo per consolidare delle eccellenze. Eppure molti protagonisti del mondo accademico non cessano di contestarle. Ancora troppi baroni in Italia come sostiene Abravanel?
«Quanto più la competizione si sposterà dal piano dei personalismi a quello dei progetti meritevoli ed innovativi, capaci di premiare Università di eccellenza, tanto più sarà agevole sradicare forme di malcostume e di concorrenza sleale, che rappresentano i più gravi ostacoli alla selezione di docenti e studenti sulla base esclusiva del loro merito. È questo l’obiettivo su cui dobbiamo puntare già nel contesto nazionale, ben prima che in quello della comparazione internazionale, poiché è interesse di noi tutti dare ai nostri giovani, e quindi al nostro Paese, reali e concrete prospettive di crescita».
 

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