Afghanistan, Gentiloni: «Accogliere i rifugiati o l’Europa rischia arrivi fuori controllo»

Afghanistan, Gentiloni: «Accogliere i rifugiati o l Europa rischia arrivi fuori controllo»
di Andrea Bassi
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Martedì 17 Agosto 2021, 00:05 - Ultimo aggiornamento: 15:07

Commissario Paolo Gentiloni, le immagini che arrivano in queste ore dall’Afghanistan colpiscono profondamente. Dopo 20 anni di missioni di pace e miliardi di dollari spesi, i talebani in poche settimane hanno ripreso Kabul, mentre gli occidentali, italiani compresi, sono in fuga dalla capitale offrendo immagini che ricordano da vicino la caduta di Saigon di quasi cinquant’anni fa. Dove ha sbagliato l’Occidente?
«L’epilogo è stato disastroso. Ma non era scritto che dovesse essere così. La missione era certo controversa, ma non può essere dimenticato che era nata in risposta all’11 Settembre con il proposito di sconfiggere Al Qaeda. Chiaro che, abbattuta Al Qaeda ed eliminato Bin Laden, sono affiorati alcuni aspetti controversi della missione e delle sue crescenti difficoltà. Ma a pesare sul piano geopolitico e persino storico, non sarà tanto il carattere controverso della missione ma il suo disastroso epilogo». 

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In Europa, al netto dei rischi di un ritorno del terrorismo, c’è il timore che accada qualcosa di simile a quanto avvenuto con la Siria, quando un milione di profughi si diressero verso il vecchio Continente. Molti governi stanno già suonando l’allarme.
«Stiamo parlando in questo caso di rifugiati, di chi fugge dal regime dei talebani, delle donne private di ogni diritto. È evidente che un impegno diverso sarà necessario».

 


Quale dovrà essere il nuovo atteggiamento?
«Dovrà essere ispirato alla ragionevolezza, ma anche all’accoglienza. Giorni fa il primo ministro canadese Justin Trudeau ha annunciato un aumento delle quote di ingresso riservate agli afgani per accogliere altre 20 mila persone. Penso che l’Europa inevitabilmente dovrà attrezzarsi per corridoi umanitari e accoglienze organizzate, anche per evitare flussi incontrollati di clandestini. O almeno dovrebbero farlo i Paesi che sono disponibili».

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Lei ha parlato di nuovi equilibri geo-politici che la vicenda afgana determinerà. L’Europa fatica ad avere una politica estera unica e i progetti di difesa comune sono fermi. Il disimpegno americano dall’Afghanistan, dal Medioriente e, soprattutto, dal Mediterraneo, non è considerato una preoccupazione?
«Di questo la Commissione è consapevole. E parliamo di una Commissione che vorrebbe un ruolo geopolitico dell’Europa. Tuttavia la velocità della storia rischia di essere maggiore di quella delle nostre decisioni. Speriamo che questo pessimo epilogo della principale missione nella storia della Nato induca un’accelerazione nella costruzione di questo ruolo geopolitico». 


La Cina si avvantaggerà del ritorno dei talebani? Non sono poche le opinioni in questo senso.
«Ma vi sono anche molti, credo a ragione, che sostengono che la Cina non sia entusiasta del ritorno di un emirato islamico dei talebani. Al tempo stesso c’è un alto valore simbolico dell’epilogo della vicenda afgana che può condurre a un riequilibrio tra le potenze che non dobbiamo sottovalutare, e che può indebolire l’Occidente».

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La crisi afgana può in qualche misura incidere sulla ripresa economica globale?
«Direttamente direi di no. È chiaro che abbiamo bisogno nei prossimi anni di una Europa concentrata sul rilancio economico e sulla grande sfida del cambiamento climatico. Avere in agenda nuovi problemi di sicurezza, di stabilità e di flussi migratori incontrollati, alla lunga ci renderebbe più deboli».

 


A proposito di Recovery, l’Italia ha ricevuto l’anticipo di 25 miliardi. Il presidente del consiglio Mario Draghi ha detto che bisognerà agire con efficienza e soprattutto onestà. Cosa si aspetta ora l’Europa dall’Italia?
«Abbiamo dato all’Italia e ad altri Paesi un via libera a dei progetti. Sulla base di questi progetti abbiamo distribuito circa 50 miliardi di prefinanziamento, di cui la metà all’Italia. Da fine anno i via libera della Commissione non saranno più su progetti, ma sulla loro esecuzione. Il piano in un certo senso è un binario obbligato. Non si può ne deragliare e neppure rallentare». 

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Perché secondo lei Draghi ha posto l’accento particolarmente sulla parola “onestà”?
«Sappiamo benissimo che l’Italia ha fatto i conti negli ultimi decenni con la lotta alla corruzione e la necessità di trovare un equilibrio tra velocità delle decisioni e rischi di fenomeni corruttivi. Perciò tenere la bussola sul questo punto a mio parere è giusto. Ciò di cui dobbiamo avere contezza è che noi abbiamo iniziato una corsa contro il tempo. Al traguardo di questa corsa c’è una medaglia storica, cioè far uscire l’Italia da una fase di bassa crescita che dura dall’inizio del secolo, e di crescita squilibrata tra aree del Paese. Per arrivare al traguardo in meno di 5 anni ci sono oltre 500 obiettivi da raggiungere. Per i prossimi soldi che l’Italia chiederà a fine dicembre per riceverli a febbraio, non sarà più misurata la qualità del piano ma il raggiungimento di una cinquantina di questi 500 e rotti obiettivi. Come si dice a Roma, è tanta roba». 

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Il “cronoprogramma” di riforme dell’autunno è impegnativo. C’è da portare a termine la riforma della giustizia. Poi ci sono Fisco e concorrenza, due temi molto divisivi per la maggioranza che regge il governo. Non teme che l’avvicinarsi delle elezioni amministrative e il semestre bianco possano portare fibrillazioni nel quadro politico e allungare i tempi delle riforme?
«Quando dico che è una corsa contro il tempo e a ostacoli sono consapevole di queste difficoltà. Su quelle di natura politica penso che tutti, governo, parlamento, forze sociali, mondo dell’informazione, debbano guardare un po’ più in avanti. Il volume delle riforme necessarie, non solo per avere i soldi di Bruxelles, ma per uscire dalla bassa crescita, è impressionante. Faccio un esempio: la giustizia».

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Il tema fino a questo momento maggiormente divisivo...
«Con comprensibile intensità il discorso si è incentrato su una questione che è controversa da circa 20 anni: quella della prescrizione nei processi penali. Guardiamo questi 51 obiettivi da raggiungere entro la fine dell’anno e ci rendiamo conto che anche in materia di giustizia ci sono impegni che Bruxelles considera non meno rilevanti dei tempi della prescrizione. Stiamo parlando dell’entrata in vigore della legislazione attuativa, ripeto legislazione attuativa, del nuovo processo civile e del diritto fallimentare. C’è un piano proposto dal governo italiano e approvato dalla Commissione che collega l’erogazione di alcune decine di miliardi al fatto che entro la fine dell’anno sia in vigore la legislazione attuativa del nuovo processo civile, del quadro di insolvenza delle aziende, delle misure accelerate per gli appalti delle ferrovie, della legge sulla concorrenza e della delega fiscale. Guardando a questi impegni è evidente che non possiamo attardarci in discussioni che in fondo guardano all’indietro». 


Parliamo della riforma fiscale. L’Europa da tempo chiede all’Italia di abbassare la pressione sul lavoro. Ma per una riforma incisiva servono risorse che per ora sembrano non esserci. Sarebbe possibile secondo i criteri europei finanziare, oggi, una riforma in deficit?
«In modo sostanziale e rilevante direi di no. Quando a Bruxelles si parla di riforma fiscale per quanto riguarda l’Italia si parla di tre cose. Primo: misure di contrasto efficaci all’evasione fiscale. Secondo: alleggerimento dell’imposizione sul lavoro. Terzo: sostanziale neutralità di queste riforme in termini di bilancio. Naturalmente la neutralità si può raggiungere avendo maggiori proventi in alcuni settori del prelievo fiscale e alleggerendone altri. Ma immaginare di fare un intervento molto consistente a debito e senza prevedere compensazioni non sarebbe la scelta migliore. E non credo sia nelle intenzioni del ministero dell’Economia». 

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Dopo 200 e passa miliardi di aiuti alle imprese e alle famiglie durante la pandemia, l’era dei sostegni è conclusa o la variante Delta comporterà la necessità di nuovi aiuti?
«Noi invitiamo i governi europei a mantenere per tutto il 2021, ma anche nei bilanci che cominceremo a esaminare in autunno, quelli del 2022, una politica di bilancio complessivamente espansiva. Cerchiamo anche di dire che il carattere espansivo nei Paesi che hanno un debito più alto deve fondarsi, in una parte rilevante, sulle risorse del Pnrr. Che a un Paese come l’Italia garantiscono una cinquantina di miliardi in più all’anno. Le misure vanno comunque rese più mirate ai settori che hanno maggiormente bisogno. E poi consigliamo “atterraggi morbidi”». 

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Atterraggi morbidi?
«Sì, non dimentichiamo che il 2020 è stato l’anno con il minor numero di fallimenti di imprese a livello europeo. La sospensione delle regole sugli aiuti di Stato e l’enorme flusso di denaro hanno tenuto in vita il sistema delle imprese. Ora bisogna stare attenti che non si passi da un record positivo all’impennata improvvisa». 


L’Italia uscirà dalla pandemia con un debito del 160% del Pil, con una buona fetta detenuto dal sistema delle banche centrali. Basterà la crescita aggiuntiva eventualmente determinata dagli investimenti del Pnrr per gestirlo?
«Un Paese che cresce è l’assoluta garanzia per la sostenibilità del suo debito. Per questo, come ho detto, non andiamo in cerca solo di un rimbalzo dell’economia. L’anno prossimo torneremo ai livelli pre-Covid di Pil. La sfida sarà vedere se la crescita sarà più forte e sostenibile anche nel 2023, 2024, 2025 e così via. Poi c’è una questione specifica che riguarda in sé il debito». 


Quale questione?
«Noi abbiamo oggi un debito medio dell’Eurozona del 101%. E abbiamo dunque molti Paesi con un debito al di sopra del 100%. Una delle discussioni dei prossimi mesi sarà sulle regole del Patto di stabilità. Anche senza modificare i Trattati abbiamo bisogno di percorsi credibili di rientro dal debito. Non dimentichiamo che in epoca Maastricht il debito medio dei Paesi europei era del 60%. Quel tetto, dunque, nasce dal fatto che quella era la realtà quando fu presa la decisione». 


Ma se non vengono cambiati i Trattati rimarranno sia il 60% del debito che il 3% del deficit.
«Si possono rendere più credibili i percorsi di gestione di rientro del debito sapendo che la sua impennata è dipesa dalla risposta a una pandemia».


Uno dei parametri può essere un tetto alla spesa pubblica corrente?
«C’è una proposta in tal senso arrivata dall’European Fiscal Board per ancorare i piani di rientro dal debito alla spesa pubblica. L’importante dal mio punto di vista è che non ci siano veti ad aprire la discussione almeno su due punti». 


Quali?
«Il primo è come rendere credibili i percorsi di rientro dal debito. Se i percorsi non sono credibili non verranno mai attuati. Secondo, come rendere possibile un volume di investimenti pubblici, soprattutto sulla transizione ambientale, all’altezza dei propositi che l’Europa stessa ha dichiarato. Se lanciamo pacchetti come “Fit for 55” e poi gli investimenti pubblici si azzerano come durante la crisi degli anni dieci non siamo credibili. Non ho soluzioni in tasca, chiedo solo non ci siano preclusioni a rendere credibile il percorso di riduzione del debito e avere un livello adeguato di investimenti pubblici».

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