«A Trump fu bloccata la possibilità di ordinare un attacco militare o lanciare un'arma nucleare», la rivelazione di Milley

«A Trump fu bloccata la possibilità di ordinare un attacco militare o lanciare un'arma nucleare», la rivelazione di Milley
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Martedì 14 Settembre 2021, 18:42 - Ultimo aggiornamento: 15 Settembre, 13:00

La capitale Usa è in allerta per una nuova manifestazione dei fan di Donald Trump sabato prossimo, a sostegno degli assalitori ancora detenuti dopo l'attacco eversivo del 6 gennaio al Congresso per impedire la certificazione della vittoria di Joe Biden. Uno dei momenti più bui e inquietanti della storia americana, tanto da spingere due giorni dopo il capo dello stato maggiore congiunto Mark Milley a limitare la possibilità che il presidente ordinasse un attacco militare pericoloso o lanciasse un'arma nucleare, secondo le rivelazioni di 'Peril', il nuovo libro del leggendario giornalista del Watergate Bob Woodward e del reporter del Washington Post Robert Costa

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La rivelazione

Profondamente scosso dall'assalto, Milley «era certo che Trump fosse caduto in un grave declino mentale dopo le elezioni» e che potesse «fare di testa sua». Per questo convocò un incontro segreto nel suo ufficio al Pentagono e si fece giurare dai suoi ufficiali che non avrebbero preso ordini da nessuno a meno che lui non fosse coinvolto. Nel frattempo aveva già avuto due telefonate segrete con il generale cinese più alto in grado, in allerta per il caos in cui erano precipitati gli Usa, e aveva mobilitato il team della sicurezza nazionale, concordando con la speaker Nancy Pelosi che Trump era «pazzo».

Ora ritornano la paura e le transenne a Capitol Hill. 'Justice for J6', giustizia per il 6 gennaio, è lo slogan del nuovo raduno che rischia di attirare da tutto il Paese militanti del variegato arcipelago di estrema destra. L'appuntamento è sabato prossimo in Union Square plaza, davanti al laghetto nel quale si specchia il Campidoglio. A promuovere l'evento è stata Look Ahead America, organizzazione patriottica guidata da Matt Braynard, un ex dipendente della campagna elettorale del tycoon. Chiede giustizia per quelli che definisce «prigionieri politici trattati ingiustamente», oltre 700 persone arrestate, di cui 50 già dichiaratesi colpevoli, come lo sciamano cospirazionista di QAnon Jacob Chansley che partecipò all'assalto indossando sul petto nudo tatuato una pelle d'orso con le corna. E chiede giustizia anche per Ashli Babbitt, l'assalitrice californiana colpita a morte da un agente che poi non è stato punito per aver agito «legittimamente».

Braynard ha pregato i partecipanti di comportarsi pacificamente ma l'Fbi ha già lanciato da giorni l'allerta per il timore di manifestanti violenti e armati. L'ultimo segnale inquietante è stato l'arresto vicino al quartier generale del partito democratico del 44enne californiano Donald Craighead, fermato domenica notte alla guida di un pick-up nero che aveva dipinti una svastica e altri simboli suprematisti, con la foto di una bandiera americana al posto della targa: dentro il veicolo sono stati trovati una baionetta, un machete e diversi coltelli.

La polizia di Capitol Hill non vuole farsi cogliere nuovamente di sorpresa, dopo il precedente flop organizzativo e di intelligence, e ha messo a punto un piano già illustrato ai leader del parlamento.

Si è deciso di reinstallare temporaneamente le recinzioni metalliche che hanno protetto il Congresso per mesi dopo l'attacco del 6 gennaio, trasformandolo in un fortino blindato. E di emettere una dichiarazione di emergenza che consentirà di mobilitare altre forze dell'ordine. «Difenderemo il diritto di tutti a protestare pacificamente come prevede il primo emendamento, ma non tollereremo la violenza», ha avvisato il nuovo capo della Capitol Police Thomas Manger.

A rendere meno gravosa la sua mission è il fatto che il Congresso torna a riunirsi la prossima settimana, quindi sabato non ci saranno parlamentari al suo interno. Ma il terrorismo interno legato all'estrema destra resta una crescente minaccia, come ha ricordato anche l'ex presidente George W. Bush, paragonando gli autori degli attacchi dell'11/9 agli assalitori del Capitol e ammonendo che «i pericoli per il nostro Paese possono arrivare non solo da oltre confine ma dalla violenza che vi si accumula dentro».

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