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Laura Boldrini e la lotta contro il tumore: «Condrosarcoma scoperto per caso, ho avuto paura di perdere la gamba»

La deputata Pd Laura Boldrini
5 Minuti di Lettura
Domenica 10 Aprile 2022, 16:00 - Ultimo aggiornamento: 11 Aprile, 13:01

Laura Boldrini parla della sua malattia e lo fa con parole piene di dolore, di sorpresa e racconta un’odissea non solo personale vissuta un anno fa, nell'aprile 2021. Nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera, l’ex presidente della Camera e attuale deputata del Pd, spiega nei particolari il tumore che l’ha costretta a una operazione urgente. «Da un anno avevo dolore alla gamba destra. Pensavo a un’infiammazione del nervo sciatico. E avevo troppi impegni per fare accertamenti, oltre alla tendenza tipica delle donne a trascurarsi». Una vicina di casa osteopata, conosciuta sul balcone durante il primo lockdown, la convince a farsi vedere. Da lì risonanza magnetica e sentenza, pesantissima: «Lesione tumorale al femore: un condrosarcoma. Devo fare la Tac, la Pet, la Total body...».

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L'incubo di Laura Boldrini

La Boldrini rivive un incubo, la mamma morta di cancro: «La mattina l’ho accompagnata fino all’ascensore per la camera operatoria, ed è stata l’ultima volta che le ho potuto parlare: è andato tutto male, è finita in rianimazione, è rimasta attaccata alle macchine per due settimane, ha esalato lì l’ultimo respiro. Poi mia sorella Lucia se ne è andata a 46 anni. Era molto religiosa, ha deciso di lasciare che avvenisse la volontà di Dio. Una dimensione punitiva della fede, che ho contestato sino alla fine; ma mia sorella non ha ceduto di un millimetro. Ha rifiutato anche le cure palliative». 

Dopo il primo rifiuto («Forse l’errore lo sta facendo il medico») e le informazioni prese online («Ho cominciato a cercare informazioni online e a pensare a quel che poteva succedermi. Restare zoppa. Perdere la gamba. Rimanere inchiodata in un letto. Un paradosso, dopo una vita sempre improntata al movimento, le missioni in zone di guerra... Ora avevo mille ipotesi davanti a me. E mi facevano tutte orrore») la Boldrini entra in ospedale e lì tocca il meglio e il peggio dell’animo umano, con i compagni di stanza in cui è ricoverata. «La prima era una donna che passava tutto il tempo gridando al cellulare in viva voce. Un po’ fastidiosa. Ma quando si è trovata da sola con me, è scoppiata a piangere. Eravamo in un reparto riservato a malattie difficili, avevamo tutti paura», ricorda la Boldrini.

Al ritorno dalla sala operatoria, trova un uomo: «Lo sento parlare da dietro il lenzuolo che ci separa. A un certo punto inizia a vantarsi che è in camera con una donna: “Sì, è vero, sta qui accanto, è stata operata da poco e non si può muovere. Vorrà dire che questa notte dovrò fare tutto io... Ahaha”. Sono furiosa, ma come si permette di fare battute sessiste in una circostanza come questa?». Ultima compagna di stanza, una ragazza: «Alice aveva appena diciannove anni, ed era già davanti alla prova della vita. Timida, dolce, sempre timorosa di disturbare le infermiere...».

L'intervento

L’intervento è riuscito: «Grazie ad Alessandro Gasbarrini - racconta la Boldrini - un eroe. Uno capace di operare per quindici ore di seguito. La mia operazione non è durata tanto, ma è stata complicata: il professore ha tolto 25 centimetri di femore, ha inserito una protesi di titanio da 45 centimetri, che pesa un chilo in più ed è incastonata da un lato in quel che resta del femore, dall’altro nel bacino...». Infine la terapia intensiva: «Dove perdi la nozione del tempo. Quando ho sentito mia figlia al telefono, la tensione si è sciolta, e finalmente ho pianto».

«Quando sono tornata a Montecitorio mi hanno applaudita anche gli avversari: mi ha fatto piacere» racconta ancora la deputata Pd nell’intervista ad Aldo Cazzullo -. Voglio battermi per i malati, per chi viva uno stigma che perdura dopo la guarigione, e non riesce ad accedere al credito, a fare e un mutuo, a chiedere una polizza sulla vita, ad adottare un bambino. Al Senato c’è una proposta di legge della mia omonima Paola Boldrini sul diritto all’oblio: dopo dieci anni, quando non sei più a rischio, la tua malattia non deve più essere menzionata».

Il tabù del tumore

«Ho reso pubblica la notizia perché ho capito quanto pesano i vecchi retaggi sul tumore, che non è considerato una malattia come le altre, da cui si può guarire; è ancora un tabù, un errore di fabbricazione, una macchia indelebile. Ma la malattia è una condizione della vita. Non avevo nulla di cui vergognarmi. E ho pensato che fosse giusto parlarne, per tre motivi». Quali? «Contribuire a scardinare il pregiudizio che dà tanto disagio alle persone. Condividere la condizione con chi l’ha vissuta, anche per incoraggiare altri a non stare in silenzio: il silenzio isola, il silenzio deprime. Trasformare la battaglia contro la malattia in una battaglia di civiltà».

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