Giulio Giorello: «Nelle scarpe dell’immaginario»

Giovedì 27 Agosto 2015 di Valeria Arnaldi
Una scarpa come unico elemento identificativo, simbolo di femminilità e fascino. Una scarpa per rivoluzionare il proprio modo non solo di apparire ma di essere. Una scarpa da sogno, che spinge a mozzarsi alluci e talloni pur di indossarla. È stata Cenerentola a spiegare a donne e bambine la differenza che può fare la calzatura “giusta”.



Questione di favola, forse rivalsa, lieto fine. Sicuramente, anche di stile, vista la fattura straordinaria della scarpetta. Poi sono arrivati i piedi nudi, nel parco prima, sul palco poi, come ricercata spontaneità, le zeppe, lo stiletto, il trionfo dei tacchi nella serie tv “Sex & The City”, la loro monumentalizzazione nei 46 centimetri indossati da Lady Gaga, e il barefooting - ovvero il camminare a piedi scalzi - , che ha riportato – alcuni - piedi a terra. Odiata, amata, tolta o indossata, la scarpa è sempre più spesso sotto i riflettori, fino a farsi argomento di filosofia per trovare il vincitore tra “tacco e piede nudo” – questo il titolo scelto dal filosofo Giulio Giorello per la partecipazione al Festival dei Sensi, appena conclusosi in Puglia - o quantomeno definire il campo dello scontro.



Professor Giorello, perché la filosofia “sale” sui tacchi?

«La moda può sembrare questione frivola, ma è ricca di aspetti semantici. Noi abbiamo bisogno di radici naturali ma, si pensi al volo, siamo capaci di staccare l’ombra da terra. Nel dibattito tra tacco e piede nudo c’è la contrapposizione tra naturale e artificiale. Cosa c’è di più artificiale di vestire il piede? Gli animali non lo fanno. Noi lasciamo un aspetto naturale per sostituirlo con un artificio, che però sembra imposto dalla natura stessa. È difficile camminare su certi terreni senza scarpe».



Uno strumento utile che ha alimentato moda e immaginario, finendo per esaltare la scarpa, anche per status e lusso…

«La moda recepisce una serie di stimoli che vengono dalla vita quotidiana. Poi va oltre il bisogno. La prima risposta è proteggere le estremità inferiori per le diverse condizioni ambientali. Da lì inizia il libero gioco dell’immaginazione».



Mai come oggi la scarpa è oggetto di grandi passioni e perfino feticismi. Perché?

«Karl Marx parlava del feticismo delle merci. La scarpa è un oggetto, anche feticistico, estremamente pregnante. Dietro a ciò che può apparire futile, c’è la storia dell’emancipazione dai bisogni, dalla creatività alla patologia. D’altronde, a essere patologico è il moralismo che accompagna la nostra storia, non solo la moda, tra paura del lusso, considerato tentazione del demonio, e ricerca esasperata di ritorno al naturale».



I décolleté hanno contribuito all’emancipazione femminile?

«La scarpa è stata certamente simbolo di emancipazione e progresso ma si pensi all’usanza cinese di costringere il piede femminile. Lo stesso oggetto può portare emancipazione o oppressione, dipende da come giochiamo la partita».



Sfuggite alle imposizioni maschili, le donne hanno continuato ad auto-infliggersi “gabbie” per modificare il proprio aspetto…

«Ogni persona è libera di scegliere la sua maschera. La scelta rivela tanto di chi la fa. La scarpa è uno degli elementi di maggior fascino. Re Lear, privato del potere, lamenta gli sia stato tolto anche il superfluo. Si giocano partite sottili dietro le ostentazioni del lusso. Non va dimenticato che ha avviato una serie di imprese industriali, facendo lavorare molti».



Largo al consumismo?

«Questa è la civiltà dei consumi. Il moralismo dice: non siete consumatori ma consumati. Si può contrapporre la natura alla cultura, ma il ritorno alla natura è profondamente culturale. L’Homo Sapiens ha iniziato modificando ciò che appariva immodificabile».



Lo shopping dunque come forma di progresso?

«Il consumismo è elemento di emancipazione. La tecnica decolla dai bisogni primari. Siamo entità plasmate dalla tecnica? Il condizionamento è inevitabile? È possibile un uso corretto dell’immaginazione per rinnovare le forme con cui arrediamo mondo e corpo? È una sfida molto interessante e la moda ne fa parte».



Estremismi della moda, feticismo della scarpa, come si sta alterando la filosofia del Bello?

«Definire una filosofia del gusto è la cosa più difficile. Ci hanno provato molti filosofi, anche l’austero Kant. Il gusto è uno degli elementi più controversi e interessanti.
Per fortuna, non esiste una sua dottrina codificata, sarebbe una prigione intellettuale e morale. È positivo che ci siano più concezioni, magari conflittuali, e che scatenino polemiche».



La filosofia “benedice” lo shopping?

«Meglio il consumismo del fanatismo, purché uno non diventi l’altro».
Ultimo aggiornamento: 29 Agosto, 11:14 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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