Ana Vitelaru, campionessa italiana di handbike: «Le gambe non mi mancano, ho capito che con l'amore niente è impossibile»

Domenica 14 Luglio 2019 di Maria Lombardi
Ana Maria Vitelaru

«Non tornerei alla vita di prima per niente al mondo». La vita senza protesi, lontana ormai. «Le mia gambe non mi mancano», le ha perse che aveva 17 anni. Un incidente alla stazione, in Romania, è scivolata sui binari ed è passato il treno. Doppia amputazione. Da ragazzina amava fare trekking in montagna, qualche anno fa - nel settembre del 2014 - è riuscita a percorrere 8 chilometri e mezzo sulle vette della Val Pusteria. Ana Maria Vitelaru, 36 anni, non ha mai dato ascolto a chi le diceva: non potrai più fare la sarta, adesso che non hai le gambe, non potrai camminare in montagna, non potrai andare in bici. Lei non sa cosa sono i limiti, «esistono solo nella mente». Quelli che incontra li sfida e li scavalca, «è solo una questione d'amore per quel che si fa». L'ultimo amore, quello per l'handbike, le ha regalato la maglia azzurra della nazionale di paraciclicmo e una medaglia dietro l'altra. Le ultime sono d'oro, due vinte ai campionati italiani tra Bassano del Grappa e Marostica.
E sempre per amore è venuta in Italia, aveva 17 anni, poco dopo l'incidente. 
«É talmente tanto tempo che sto in Italia che ormai ho l'accento emiliano. Quando torno da lunghi periodi di allenamento, mio marito mi dice: smettila di parlare veneto». Adesso Ana è in Val di Fassa, in ritiro, per prepararsi alla Coppa del mondo in Canada, i primi di agosto. Con lei c'è Alex Zanardi e tutto il team di "Obiettivo 3", l'iniziativa del pilota automobilistico e campione del mondo di handbike per sostenere gli atletici paralitici che puntano ai Giochi di Tokio 2020. «Sono stata fortunata, ho i miglioni sostenitori e preparatori che ci siano, a cominciare da Pierino Dainese, direttore di “Obiettivo 3”. Zanardi è il miglio maestro che possa esserci».
LA SCELTA
«Non vorrei essere diversa da quello che sono, la mia vita vera è cominciata dopo l'incidente. Nulla viene per nulla. La sofferenza ci cambia e ci fa capire chi siamo. Ci mette davanti a un bivio e dobbiamo scegliere il bianco o il nero: si può diventare più sensibili, crescere attraverso i traumi subiti e apprezzare molto di più quello che si ha. Oppure ci si può sedere e dire: tutto mi è dovuto, dopo quello che mi è successo, e non fare niente per se stessi. Lo sport aiuta tanto, disabilita i limiti. Prima dell'incidente correvo tutti i giorni e facevo trekking in montagna, ho ripreso a fare tutto».  


L'INCONTRO CON ZANARDI
E anche di più. Ana per anni ha giocato a basket, «ero nella nazionale poi nel 2013 ho lasciato. Come tutte le cose della vita passano, il tempo del basket era finito. Poi mi sono dedicata a realizzare un sogno. Mi dicevano che non avrei mai più potuto fare trekking in montagna, chee non potevo affrontare le salite. Nel settembre del 2014 ho dimostrato che potevo, percorrendo 8 chilometri e mezzo con le protesi. Lì ho capito che niente è impossibile. Poi ho avuto un nuovo intervento e qualche problema. L'incontro con Zanardi mi ha di nuovo cambiato la vita. Avevo scoperto l'handbike, è bastato salirci una volta per capire che non volevo più svcendere. Il presidente di una società sportiva il primo novembre del 2017 mi dice: ti porto da un meccanico. E mi accompagna a casa di Zanardi. Lui si mette subito al lavoro sulla mia bici, è una persona straordinaria. Lavora sempre sulle mie bici, si è anche bucato un dito per metterla a posto». Le prime gare: nell'aprile del 2018 due medaglie d'oro al campionato italiano di Marina di Massa, poi la coppa del mondo in Belgio (due bronzi), coppa del mondo in Olanda (un argento e un bronzo). «Ho anche fatto la maratona delle Dolomiti, 55 chilometri e 180 metri di dislivello. Ero l'unica in handbike».
Ana lavora come sarta da Max Mara, «faccio i cappottini color cammello, muovo la macchina con le protesi. Era quello che facevo in Romania, prima dell'incidente. Mi dicevano che non avrei più potuto lavorare come sarta, senza gambe. La forza? Credo di trovarla nell'amore, che è ovunque, in ogni dove e in ogni cosa»
  

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