Libri, “Pazzo per l'opera": Alberto Mattioli e le «Istruzioni per l’abuso del melodramma»

Lunedì 14 Dicembre 2020 di Luca Della Libera
La copertina

Un libro “leggero” che si legge d’un fiato,  fa sorridere ma anche molto pensare. “Pazzo per l’opera. Istruzioni per l’abuso del melodramma” (Garzanti) è la nuova fatica di Alberto Mattioli, giornalista de “La Stampa”, esperto d’opera e “gattolico praticante”, al punto da aver dedicato l’anno scorso ai felini un  volume con questo  titolo.

Il libro è un atto d’amore e allo stesso tempo un’autobiografia operistica, scaturita dalla  trentennale  frequentazione dei teatri in giro per il mondo. Mattioli confessa  di annotare con scrupolo maniacale (“pel piacer di porle in lista” direbbe Leporello) tutte le recite alle quali ha assistito, ad oggi 1791. Lo stile è brillante e talvolta tagliente, le disquisizioni accademiche per fortuna assenti:  qualità non da poco, per un libro sul melodramma.

Il capitolo più importante è il primo, “Registi, vil razza dannata”, dedicato alle regie operistiche. Il  bersaglio è costituito da quei frequentatori dei teatri che si sentono i paladini della “tradizione”, i difensori a spada tratta dell’opera “come si faceva una volta” e che inveiscono contro le regie “moderne”. Prima di tutto, scrive Mattioli, l’ossessione per la verosimiglianza storica è fenomeno storicamente molto recente: risale all’Ottocento, non prima. E poi la “tradizione” non è qualcosa d’immutabile, ma è sottoposta anch’essa ai cambiamenti storici e culturali. Non esiste, scrive l’autore, un modo “giusto” in assoluto per mettere in scena, cantare, e dirigere Verdi o Rossini, nemmeno la loro volontà, espressa o più probabilmente presunta. Esiste il modo “giusto” che un periodo storico ha di mettere in scena i capolavori che ha ricevuto. Del resto, lo stesso discorso vale per la musica cameristica e sinfonica: basta mettere a confronto un’incisione di Bach degli anni Cinquanta con una di oggi per rendersene conto: l’arte, e quindi la musica, non è qualcosa di immutabile, ma è sottoposta a continue riletture, ed in questo sta il suo fascino che si rinnova nel tempo. Il punto cruciale, che giustamente Mattioli declina alle regie d’opera, è proprio qui: noi leggiamo il passato per cercarci il presente, altrimenti siamo al museo, e non in teatro. Per dimostrarlo, l’autore propone dei casi esemplari, tra i quali alcune regie di “Traviata”, che pur considerate “tradizionali”, scatenarono  gazzarra alla Scala,  e alcuni storici allestimenti wagneriani, oggi considerati dei classici,  che al loro apparire furono violentemente contestati a Bayreuth. Per fortuna Mattioli ne ha anche per quei registi del “famolo strano” e del “cosa avrà voluto dire?”. Messi alle strette,  meglio allora rifugiarsi nei “soliti noti”, come Pizzi, grande scenografo poi diventato regista, i cui spettacoli “sono tutti uguali”.

Si ride, e tanto, nel capitolo “Lessico famigliare”, un gustoso elenco di modi di dire nell’ambiente, per poi passare ad una caustica disamina dei “vociologi”, i feticisti della voce. Non mancano ritratti di cantanti che hanno incarnato al meglio epoche diverse, come Maria Callas, Luciano Pavarotti, Mirella Freni,   Cecilia Bartoli, Edita Gruberova, e a seguire un elenco dei cento spettacoli più amati ai quali l’autore ha assistito.

Le riflessioni in “Corsi e ricorsi” riguardano le scelte e le alterne fortune del repertorio operistico, seguite da una divertita rassegna dei festival lirici e della variopinta fauna che li frequenta. Dal  confronto sullo stato di salute dell’opera in Italia e nel resto del pianeta  emergono riflessioni amare riguardo la politica culturale di molte Fondazioni liriche del nostro paese. In chiusura alcuni ricordi memorabili, tra i quali “La passione secondo Matteo” di Bach a Lucerna nel 2014 firmata da Rattle e Sellars. Anche io ero lì, anche io mi sono commosso. Come tanti, quella sera.

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