Spuntano i video delle mamme: «Non c'è il cibo per i bambini»

Spuntano i video delle mamme: «Non c'è il cibo per i bambini»
di Marco Cusumano
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Giovedì 24 Novembre 2022, 09:15 - Ultimo aggiornamento: 09:16

Spuntano i video delle proteste di alcuni ospiti delle strutture gestite dalla cooperativa Karibu in provincia di Latina. In un video girato la scorsa estate all'interno di un centro che accoglieva delle mamme con i loro bambini, si vedono delle donne che urlano contro gli operatori chiedendo cibo, medicine ma anche sapone e vestiti puliti. Si tratta di un documento importante che sarà attentamente valutato dagli investigatori che indagano, su più fronti, sulle cooperative che per anni hanno gestito il flusso dei migranti attraverso centri di accoglienza, ma anche singoli appartamenti presi in affitto nell'ambito dei progetti Sprar.

«Qui non c'è niente, non c'è la pasta, non c'è da mangiare... come facciamo?» urla una donna davanti a un'operatrice che cerca di tranquillizzarla, con parole non troppo efficaci. Sullo sfondo del video si vedono dei bambini che fanno capolino con gli occhi spaventati assistendo alla scena, chissà quante volte già vissuta in passato. «Qua non c'è nulla da mangiare, non ci sono nemmeno le medicine, noi abbiamo i bambini, come possiamo fare così...». Le voci si sovrappongono e non sempre è facile comprendere le parole pronunciate nel lungo video, alcune in italiano altre in inglese, ma alcune frasi sono piuttosto chiare.

«Vengo io al tuo ufficio - urla una donna rivolgendosi all'operatrice - solo i soldi per i bambini, almeno quelli». Il livello di esasperazione è altissimo, tanto che una delle mamme minaccia gli operatori di denunciare tutto: «Vado al Comune, alla polizia, dai carabinieri», poi si sente un'operatrice rispondere: «E andate...». La voce di un altro operatore si aggiunge nel tentativo di calmare tutti: «Domani andrò io in ufficio, parlerò io».

Ma le rassicurazioni non bastano, le mamme continuano a urlare la loro disperazione e una di loro aggiunge una frase inquietante: «Chiedo i soldi solo per il mangiare del bambino, io sono dispiaciuta, adesso non lavoro con gli uomini, non lavoro con le donne, non...» aggiungendo un gesto eloquente come per dire «non mi prostituisco».

La preoccupazione della donna è soprattutto per il figlio che non mangia il poco cibo che arriva nel centro di accoglienza. Essendo troppo piccolo ha bisogno di pastina, ma neppure quella arriva.
Parliamo di prodotti che costano pochi euro, spesso comprati dagli operatori di tasca propria e mai rimborsati dalla cooperativa.

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