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Silvia Romano, padre Latorre: «Senza abbracciare l'Islam non sarebbe riuscita a sopravvivere»

Silvia Romano, padre Latorre: «Senza abbracciare l'Islam non sarebbe riuscita a sopravvivere»
di Franca Giansoldati
4 Minuti di Lettura
Lunedì 11 Maggio 2020, 06:54 - Ultimo aggiornamento: 12:47

«Ringraziamo Dio. Silvia è sana e salva e questa è una bella notizia. Se è tornata in buone condizioni vuol dire che è stata trattata bene. Essendo donna, considerata la sua esperienza e la sua giovane età, non sarebbe stato facile resistere se non si fosse convertita».

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E' il commento che sgorga a caldo, a padre Paolo Latorre, classe 1967, Cavaliere della Repubblica e missionario comboniano in Kenya da 16 anni, una vita dedicata ai miseri negli slum di Nairobi dove la realtà supera di gran lunga la fantasia. La vicenda della cooperante italiana la ha seguita da Nairobi, a oltre settecento chilometri di distanza da dove Silvia Romano è stata rapita. «In Kenya c'è una forte radicalizzazione islamica, un fenomeno che viaggia veloce ed è carsico. Si concentra soprattutto sulla costa dove è più alta la disoccupazione e si stanno creando le condizioni per un ulteriore peggioramento della situazione».

In che modo?
«Mi riferisco alla situazione di blocco dovuta al Covid. E' chiaro che gli effetti economici negativi finiranno per produrre altra disoccupazione e miseria tra i giovani ed è in queste sacche di disperazione e rabbia che vanno a pescare gli Shabab. Per quello che vedo non potrà che essere così purtroppo».

Anche a Nairobi la situazione di radicalizzazione dell'Islam avanza così tanto?
«Qui è meno accentuato. Certo ci sono problemi, ma il quadro è meno evidente e drammatico. Il fenomeno si concentra sulla costa con modalità abbastanza evidenti».
 


In che modo?
«Esistono fondazioni attive che hanno tantissimo denaro, forse fondazioni finanziate dai paesi del Golfo e poi ci sono gruppi che hanno il controllo del commercio. Sulla costa in passato sono state chiuse moschee che reclutavano e all'interno sono stati trovati materiali e armi».

Per i cristiani, dopo la strage di Garissa, nel campus universitario dove nel 2015 gli Shabab decapitarono 148 studenti cristiani, c'è pericolo?
«Stragi così non ci sono più state. Garissa però è lontana da Nairobi (ed è la zona dove è stata rapita anche Silvia ndr). Ogni tanto a noi arrivano degli allarmi specifici sul telefonino. L'ultimo tre mesi fa; ci metteva in guardia di evitare i luoghi affollati, di non andare negli hotel, nei mercati.
Fortunatamente non è accaduto nulla. L'ultimo attacco è avvenuto l'anno scorso in un hotel frequentato da stranieri».

Anche nella sua parrocchia ci sono controlli?
«Oggi le celebrazioni sono sospese in tutto il paese per contenere la pandemia, ma fino a dicembre anche la mia chiesa era soggetta a controlli. Chi entrava veniva controllato con attenzione. C'erano metal detector per vedere se qualcuno portava dentro materiale esplosivo, pistole o altro. I controlli venivano effettuati a volte dall'esercito a volte da volontari. Ma la stessa cosa capitava nelle moschee. La radicalizzazione è un problema anche per l'Islam moderato».

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