SILVIA ROMANO

Catherine J. Wright: «Anche l’amore è una forma di fanatismo. E chi non lo sa gestire finisce come la protagonista del mio libro "Convertita"»

Lunedì 15 Giugno 2020 di Valentina Venturi
Catherine J. Wright
La giornalista americana Catherine J. Wright ha scritto “Convertita” (edito da Paesi Edizioni), romanzo incentrato sul passaggio alla religione islamica di due giovani donne: una scelta consapevole in un caso e frutto della costrizione nell’altro. Wright ha potuto trattare un tema così delicato grazie ad una visione privilegiata: è stata consulente analista per l'intelligence americana in Europa e ha viaggiato per lavoro in Libia, Libano, Israele, Siria, Iran, Iraq, Afghanistan e Caucaso, dove ha studiato i fenomeni terroristici endemici. Dal 2012 vive in America, a Monterrey, California, dove si occupa di contro-terrorismo per una società di sicurezza privata.
 
Come è nata l’idea del romanzo “Convertita”?
«Potrei dire che, col mio lavoro di giornalista e soprattutto di curiosa delle vicende umane (come mi definisco), mi sono capitate sotto mano moltissime di queste storie incredibili, di giovani donne e uomini che hanno creduto in un’utopia, irrealizzabile e soprattutto ingannevole. Specialmente nel periodo tra il 2015 e il 2016, quando l’ISIS imperversava un po’ ovunque e il Califfato sembrava destinato a stravolgere per sempre la nostra quotidianità. Ma la verità è che volevo raccontare un punto di vista inedito e originale, dar voce a quanti in giovane età hanno bisogno di credere in qualcosa e per loro ogni avventura è un orizzonte possibile».
 
Ha tratto ispirazione da qualche avvenimento in particolare?
«Ho dialogato spesso con irriducibili jihadisti, in Africa come in Medio Oriente e ho capito che queste persone vedono davvero il mondo in un’ottica e secondo canoni completamente diversi dai nostri in Occidente. I migliori di loro, i più moderati, un tempo li avremmo chiamati idealisti, ma oggi il politicamente corretto ci impone di guardarci bene dal dare un giudizio così benevolo nei loro confronti. Da molti di loro ho imparato che non si può dare per scontato il nostro canone di vita e che la vita stessa non ha lo stesso peso a certe latitudini. Chi non ha una patria o è stato strappato da essa, o ancora chi non vi si riconosce, ad esempio, si sente incastrato e insoddisfatto. Ed è facile che trascenda, specialmente se è discriminato per le sue origini o la religione, come avviene spesso in Europa e negli Stati Uniti».
 
Ci sono dei passaggi nel libro che fanno parte della sua esperienza personale?
«Non esattamente, ma mi ha colpito moltissimo un’esperienza vissuta in un ospedale israeliano al confine con la Siria, dove i combattenti dell’ISIS abbandonavano i feriti perché fossero curati da Israele. Un ventenne dell’ISIS che aveva perso la gamba durante un bombardamento mi disse che non vedeva l’ora di tornare a combattere, che credeva ciecamente nel Califfato e che per lui sarebbe stato un onore morire presto in battaglia. Certe dichiarazioni spontanee ti spiazzano, si vedeva che credeva in quel che diceva. E a me questa sua convinzione è rimasta dentro, ed è stata la scintilla per approfondire il tema. Quel giorno ho iniziato a domandarmi come si potesse abbracciare con fede cieca un’interpretazione così fanatica della religione islamica».
 
La sua protagonista, Sarah, da cosa è spinta?
«La ricerca di un’identità e di un senso di appartenenza che non riesce a trovare. È di origini egiziane ma vive a Bruxelles e non ha mai viaggiato. Sente di essere fortunata, ma le manca qualcosa. Incarna l’inquietudine dei giovani che, a quell’età, sono irrequieti e perennemente alla ricerca del proprio Io. Ma, essendo deboli, spesso finiscono per cacciarsi nei guai».
 
Cosa le motiva a convertirsi all’islam radicale?
«Come dicevo, una forte spinta viene dal desiderio di appartenere a un gruppo che, in teoria, ti tuteli e ti riempia la vita. Specie per chi in Europa o in America è ghettizzato e bullizzato proprio perché “diverso”. L’Islam è una grande religione, del resto, e il suo immaginario è potente non meno del messaggio del cristianesimo. Con la differenza che ha regole molto severe e richiede sacrifici più stringenti, ma paradossalmente questo fa sì che molti si sentano ancor più appagati e protetti anziché il contrario. La libertà spesso spaventa più del conformismo».
 
Cosa pensa della conversione all'Islam dell’italiana Silvia Romano, la cooperante rapita il 20 novembre 2018 in Kenya e liberata in Somalia il 9 maggio 2020?
«Penso che durante il suo rapimento sia emersa tutta la fragilità del suo essere giovane e idealista. Sopraffatta da un’esperienza al limite dell’umano, ha trovato conforto nel conformismo della religione. Nel suo caso, questo ha significato aderire alla cultura locale, abbandonarsi all’unico modello di riferimento per lei possibile. Mi è sembrata logica la sua conversione, anche perché così si è salvata la pelle. Avete mai pensato a cosa le sarebbe successo se non si fosse convertita? Cosa le avrebbero fatto i suoi carcerieri se si fosse ostinata a mostrarsi fiera di essere occidentale oppure atea? Magari in questo modo ha protetto se stessa e la propria virtù».

Religione e sottomissione sono inevitabilmente due facce della stessa medaglia?
«Sì. La sottomissione a Dio è parte integrante del credo monoteista, il cui fondamento si basa sul concetto che la legge di Dio è superiore a quella degli uomini. Dunque, non c’è spazio per altro, nonostante il libero arbitrio di Sant’Agostino e Tommaso d’Aquino. Ma anche Lutero parlava di predestinazione. Insomma, il monoteismo non ha ancora risolto il paradosso tra libertà e schiavitù nei confronti del divino».
 
Rispetto agli uomini, crede che le donne siano più portate alla conversione religiosa per amore? E semmai, perché?
«Si potrebbe citare in proposito il caso di Daniela Greene, reclutata dalla CIA per stanare un pericoloso jihadista, Dennis Cuspert. La donna ha iniziato una relazione su Skype con l’uomo. Poi, però, invece di tradirlo o svelare il luogo dove lui le aveva confessato di nascondersi, se n’è innamorata e, con la scusa di un viaggio in Germania, è fuggita da lui in Siria. Subito dopo lo ha sposato, salvo poi pentirsene amaramente. Ora, lei non era giovanissima e, in quanto agente segreto, aveva abbondanti strumenti culturali per non cadere in trappola, eppure… Anche l’amore è una forma di fanatismo. E chi non lo sa gestire finisce come Daniela e come la protagonista del mio libro». 

Nella sua professione, in quanto donna, ha mai subito degli episodi di maltrattamento o di mobbing?
«Su questo sarebbe meglio soprassedere. In generale posso dire che la società americana è molto dura e competitiva e le donne devono senz’altro lottare di più per emergere. In Europa la situazione non è poi molto diversa, giusto meno subdola. Di certo, c’è doppia soddisfazione quando il tuo lavoro viene riconosciuto o premiato».
 
Ha ancora senso parlare di femminismo?
«Dipende. Credo che il #metoo abbia fatto molti più danni di quanto ci si aspettasse. Non volendo, le loro buone intenzioni si sono trasformate in una caccia alle streghe senza senso. Così, invece di aiutare la causa della parità sessuale, hanno generato un clima di diffidenza e sospetto. Il che, ovviamente, non ha giovato alla parità sessuale e non ha risolto le discriminazioni, ha soltanto reso uomini e donne ancor più distanti e in lotta tra loro. Quindi, direi che c’è sicuramente bisogno di affermare dei princìpi, ma senza cadere nella trappola della superiorità morale di un sesso rispetto all’altro».
 
Cosa comporta per una donna lavorare come consulente analista per l’intelligence americana? Le donne sono più adatte a svolgere questo lavoro?

«I miei vecchi colleghi direbbero che siamo più impulsive, ma la verità è che noi donne riusciamo a sopportare molti più sacrifici degli uomini e sappiamo analizzare con più freddezza ogni situazione. Siamo sentimentali magari, ma non ci lasciamo dominare dalla rabbia o dalla voglia di prevalere. Vogliamo solo fare bene le cose. E ci riusciamo quasi sempre».
 
Il post su twitter di J.K. Rowling, che ha commentato ironicamente un articolo che utilizzava l’espressione "le persone che hanno le mestruazioni", scrivendo: «Ci deve essere una parola per definirle: dinne? dunne? danne?», aveva un intento sessista, anti-transgender o no?
«Penso che stiamo tutti esagerando con questa presunzione di superiorità morale nel commentare ogni fatto o cosa che viene detta. Non è forse vero che in natura i sessi sono due? C’è una tale arroganza nel biasimare chi non la pensa come noi, che mi spaventa e mi fa stare male. In quell’arroganza e in quella prepotenza c’è il seme per la violenza, la stessa dei jihadisti che ci vogliono imporre il loro stile di vita. Bisogna guardarsi bene dal politicamente corretto, che spesso è portatore di conformismo e luoghi comuni, all’interno dei quali non di rado proliferano i fascismi di ogni colore».
 
Cosa consiglierebbe a una ventenne?
«Di avere esperienze di vita reali e di non chiudersi al mondo virtuale, perché la verità e la felicità vanno cercate altrove. Di non cedere all’odio ma cercare l’amore in ogni sua forma». © RIPRODUZIONE RISERVATA