Martina Rossi, Corte d’Appello: «Non morì per sfuggire allo stupro»

Martina Rossi, Corte d Appello: «Non morì per sfuggire allo stupro»
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Martedì 28 Luglio 2020, 19:40 - Ultimo aggiornamento: 21:50

Martina Rossi, secondo i giudici della Corte d'appello, «non morì per sfuggire allo stupro». «L'esclusione a cui la corte è pervenuta del tentativo di fuga della ragazza e la non provata commissione» della tentata violenza «non possono dunque che portare a ritenere carente la prova» del reato. È quanto si legge nella motivazione della sentenza che il 9 giugno scorso ha assolto Luca Vanneschi e Alessandro Albertini, condannati in primo grado a sei anni di reclusione, per la morte di Martina Rossi, la ventenne studentessa genovese deceduta il 3 agosto 2011 precipitando dal balcone di un albergo di Maiorca. Per l'accusa Martina sarebbe caduta dal terrazzo mentre cercare di sfuggire a un tentativo di stupro dei due imputati. La corte d'appello ha ritenuto, in base anche alla testimonianza di una cameriera spagnola che riferì di aver visto Martina scavalcare il balcone e lasciarsi cadere, che la giovane non precipitò tentando di scappare.

Per i giudici invece «un'aggressione di carattere sessuale non può, invero, neppure del tutto escludersi». Ma appunto «la caduta della ragazza con le modalità emerse è elemento non coerente con tale ipotesi», è «dissonante», non «si salda logicamente con essa». Inoltre l'ipotesi del tentativo di violenza si fonda, per la corte, soltanto su due elementi: il fatto che Martina fosse in mutandine quando è precipitata e che Albertoni avrebbe avuto graffi sul collo. Due elementi «troppo poco significativi» perché «possa da essi soltando desumersi una condotta diretta al compimento di una violenza sessuale». Secondo i giudici d'appello poi quanto accaduto a Martina è stato oggetto di un'indagine «sorta e conclusa in Spagna, ripresa e sviluppata a Genova e nuovamente sviluppata e conclusa ad Arezzo, con esiti di volta in volta quanto più contradditori tra loro, pur se in base, in sostanza, alle medesime risultanze, ciò che vale indirettamente a confermare la scarsa e quindi opinabile valenza indiziaria, per la loro incoerenza , degli elementi acquisiti».

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Riguardo poi all'intercettazione di un colloquio tra i due imputati, avvenuto il 7 febbraio 2012 negli uffici della polizia giudiziaria di Genova, che aveva portato alla riapertura del caso dopo l'archiviazione in Spagna come suicidio, per la corte d'appello di Firenze, che ha ribaltato la sentenza di primo grado dle triunale di Arezzo, non appare «offrire elementi significativi di valutazione»: non sono desumibili «dirimenti ammissioni dei fatti da parte degli imputati» sulla presunta violenza sessuale. Anzi quei messaggi appaiono di «tenore equivoco se non addirittura favorevoli agli imputati come fatto valere dagli appellanti»: il fatto che «si rallegrassero che non fossero emersi elementi di reati in materia sessuale dagli accertamenti in corso può ragionevolmente ben spiegarsi sia con l'ipotesi che i reati fossero stati effettivamente commessi, sia con l'ipotesi opposta poiché, comunque, nell'uno come nell'altro caso si sarebbe trattato di circostanza favorevole alla loro posizione».

Opposte chiaramente le reazioni alle motivazioni della sentenza. Per l'avvocato Stefano Buricchi, legale di Vanneschi, «è chiara, analitica ed ha smontato completamente quella di primo grado. Sono immensamente soddisfatto perché la corte di appello ha accolto integralmente le mie difese e le ricostruzioni fatte dai miei consulenti». L'avvocato Luca Fanfani, uno dei due legali della famiglia Rossi, parla di «sentenza che tra travisamenti di prove e svalutazione di indizi essenziali, è viziata da un evidente e decisivo malgoverno del materiale probatorio in atti».
 

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