MALTEMPO

Maltempo, il geologo: «In Italia l'80% di tutte le frane in Europa, manca prevenzione»

Lunedì 25 Novembre 2019 di Mauro Evangelisti

Dissesto idrogeologico e prevenzione: un tema che ritorna ciclicamente. Parole, analisi e annunci superano di gran lunga le azioni che si riescono a mettere in campo. Non è un problema di risorse, ma di incapacità di spenderle, in modo rapido ed efficace. Eppure, c'è un dato che ben descrive le criticità del nostro Paese, l'incidenza delle debolezze dal punto di vista quantitativo e del livello di gravità. L'80 per cento di tutte le frane del continente europeo sono in Italia. «In altri termini - spiega il presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi, Francesco Peduto - su 800mila frane in Europa, 630mila sono avvenute nel nostro Paese. Sono dati dell'Ispra, questo evidenzia quanto sia necessaria la prevenzione in un territorio come il nostro. È inimmaginabile pensare di risolvere tutto solo con opere strutturali, tenendo conto di un numero così elevato di problemi. Servono anche monitoraggio e sorveglianza preventiva». Coldiretti ha spiegato che 7 milioni di italiani vivono in aree a rischio: «Le precipitazioni sempre più intense e frequenti si abbattono su un territorio reso fragile dal dissesto idrogeologico con 7.275 comuni complessivamente a rischio per frane o alluvioni (il 91,3% del totale)». Il piano Proteggi Italia, partito a febbraio e illustrato dal Governo nel Documento programmatico inviato a Bruxelles, ha attivato seimila interventi di messa in sicurezza del territorio per 1 miliardo di euro, lo 0,06 per cento del Pil. Per il 2020 l'Italia ha ribadito la richiesta di flessibilità per 3,6 miliardi, sempre per interventi che contrastino il dissesto idrogeologico.

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NODI
In realtà non è sufficiente. Anche gli eventi di questi giorni, il ripetersi di alluvioni e frane, mostran le difficoltà di un Paese che paga due tipi di conti sul fronte delle infrastrutture pubbliche come ponti e viadotti. Il primo è quello legato agli effetti del tempo che passa: le opere pubbliche sono state realizzate soprattutto nel dopo guerra, dopo 50-60 anni ora sentono il peso degli anni. Il secondo: un tempo c'era minore attenzione nel rispettare le distanze dalle aree a rischio di frane e alluvioni. «Vale per le infrastrutture pubbliche, vale purtroppo anche per zone residenziali - ricorda Peduto - in passato si è costruito in maniera impropria, sono state occupate le aree golenali che erano le casse di naturali di espansione dei fiumi; oppure su versanti instabili. Quando c'è stato il dramma del Ponte Morandi, noi ricordammo che il problema maggiore delle infrastrutture non è solo il fatto che sono vetuste, ma che gravitano su zone a rischio. Ricordiamoci del ponte travolto da una piena di un fiume a Cagliari un anno e mezzo fa, e poi altri casi in Sicilia, in Calabria, ora a Savona». Non possiamo spostare ponti e viadotti, ma prevenzione significa anche fare manutenzione, sorveglianza e monitoraggio delle zone critiche, per capire se ci sono situazioni di dissesto imminente. Secondo gli esperti serve un presidio territoriale, monitoraggi continui: strumentali, satellitari e tecnico-specialistici. «Prevenire costa dieci volte di meno rispetto all'agire dopo un disastro». Secondo Peduto è stato un errore azzerare l'iniziativa del governo Renzi, proseguita da Gentiloni: la struttura di Italia Sicura che prevedeva una serie di interventi nell'arco di qualche decennio. E su questo ieri, su Twitter, è intervenuto proprio Matteo Renzi: «Il Governo deve ripristinare subito l'Unita di missione sul dissesto. E per sbloccare i cantieri servono i commissari, non le chiacchiere».
 


 

Ultimo aggiornamento: 12:44 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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