Donare il proprio corpo alla scienza dopo la morte si può: approvata la legge

Mercoledì 29 Gennaio 2020
Donare il proprio corpo alla scienza dopo la morte si può: approvata la legge

D'ora in poi si potrà donare il proprio corpo, dopo la morte, a fini di studio, formazione e ricerca scientifica. La commissione Affari sociali della Camera, in sede legislativa, ha dato oggi il suo via libera definitivo alla legge in materia di disposizione del proprio corpo e dei tessuti post mortem. Il testo, proposto in Senato su iniziativa del sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri (M5S), è stato definitivamente approvato a Montecitorio all'unanimità.

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Un disegno di legge che si era reso necessario, perché la normativa vigente non era «del tutto chiara né esaustiva - si spiega nel testo del ddl - perché non disciplina né il percorso della donazione dal donatore alla struttura fruitrice, né la salvaguardia del principio dell'autodeterminazione e delle modalità attuative fino al momento del decesso». Fino ad oggi l'utilizzo dei singoli organi a scopo di ricerca era possibile a patto che venissero espiantati poco dopo la morte accertata, senza seguire le procedure tecniche e normative previste per il trapianto.

Per la donazione del cadavere era sufficiente la volontà del donatore espressa in sede testamentaria e che non vi fossero interessi giudiziari sul corpo (come l'autopsia). Per colmare questa lacuna, dal 2014 circa si sono succedute numerose iniziative parlamentari sollecitate da istituzioni scientifiche, universitarie e associative. Nel 2015 infatti la Società italiana di neurochirurgia (Sinch) aveva denunciato la mancanza di cadaveri su cui i neurochirurghi potessero esercitarsi.

I cosiddetti preparati anatomici, cioè specifiche parti di cadavere, dovevano essere importati dall'estero, spesso con alti costi (ben 10mila euro per una testa, insieme alla colonna). Soldi che avrebbero potuto essere risparmiati con la donazione del corpo per fini scientifici e didattici, finora poco usata: solo a Torino la donazione è in media una l'anno. Tanto che molti chirurghi italiani sono andati a fare pratica in Francia, Germania, Austria.

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