Stefano Cucchi, condannati per depistaggi gli otto carabinieri. L'Arma: condotte lontane dai nostri valori

Stefano Cucchi, condannati per depistaggi gli otto carabinieri: 5 anni al generale Casarsa e 4 al colonnello Cavallo
di Michela Allegri
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Giovedì 7 Aprile 2022, 18:16 - Ultimo aggiornamento: 9 Aprile, 09:55

Menzogne, calunnie, pressioni, atti modificati con il bianchetto. Dopo il verdetto della Cassazione che, lunedì scorso, ha condannato per omicidio i due militari autori del pestaggio nei confronti di Stefano Cucchi, nell’aula bunker di Rebibbia è arrivata anche la sentenza di primo grado sui depistaggi che sarebbero stati compiuti per insabbiare l’aggressione. Il generale Alessandro Casarsa, all’epoca dei fatti comandante del Gruppo Roma, è stato condannato a 5 anni di reclusione. Per il colonnello Francesco Cavallo sono stati disposti 4 anni. Stessa pena per l’ex comandante della compagnia di Montesacro, Luciano Soligo 4 anni. Mentre per il carabiniere Luca De Cianni la pena è di 2 anni e 6 mesi. Condannati anche l’allora comandante della quarta sezione del Nucleo Investigativo, Tiziano Testarmata; Francesco Di Sano, il carabiniere scelto che prestava servizio alla stazione dei carabinieri Tor Sapienza, e Lorenzo Sabatino: la sentenza a loro carico è rispettivamente di un anno e 9 mesi di reclusione, il primo, un anno e 3 mesi gli altri due. Per Massimiliano Colombo Labriola, luogotenente ed ex comandante della stazione di Tor Sapienza, il giudice ha disposto un anno e 9 mesi.

«Sono sotto shock - ha detto Ilaria Cucchi -. Non credevo sarebbe mai arrivato questo giorno. Anni e anni della nostra vita sono stati distrutti, ma oggi ci siamo. E le persone che sono state la causa di tutto questo, i responsabili, sono stati condannati». 

Le indagini 

Secondo il pm Giovanni Musarò, titolare del fascicolo durante le prime indagini sulla morte del geometra romano avvenuta nel 2009, gli imputati avrebbero cercato in ogni modo di nascondere le prove del pestaggio messo in atto da Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro - condannati in via definitiva a 12 anni di carcere - il 15 ottobre 2009 nella caserma Casilina. Una manipolazione scattata nell’immediatezza dei fatti ma che, aveva sottolineato il pm Musarò nel corso della requisitoria, sarebbe proseguita negli anni, nel tentativo non solo di insabbiare le indagini, ma anche di delegittimare chiunque tentasse di collaborare con gli inquirenti nel corso di tre inchieste e vari processi. 


Il generale Casarsa, all’epoca comandante del Gruppo Roma, quindi capo dei corazzieri del Quirinale, insieme al colonnello Cavallo, al luogotenete Colombo Labriola, al militare Di Sano e al maggiore Soligo, si legge nel capo di imputazione, avrebbe indotto un collega a compilare e sottoscrivere un’annotazione di servizio falsa, datata 26 ottobre 2009. Nel documento veniva attestato che «Cucchi riferiva di essere dolorante alle ossa sia per la temperatura freddo umida che per la rigidità della tavola del letto priva di materasso e cuscino». Nell’annotazione non venivano menzionati - aggiunge il pm - «i dolori al capo, i giramenti di testa e i tremori» manifestati da Cucchi dopo il pestaggio. Il colonnello Sabatino e il capitano Testarmata sono stati accusati di omessa denuncia alle autorità: non avrebbero segnatalo le contraffazioni sui registri dell’Arma. Uno su tutti, per gli inquirenti: il nome di Stefano sbianchettato nel registro delle presenze fotosegnalate la notte dell’arresto. 

«Sono state alzate tante cortine fumogene - aveva detto il pm durante la requisitoria - Il depistaggio del 2009 è particolare. Nel 2009, soprattutto dopo la pubblicazione delle fotografie del cadavere di Stefano Cucchi, con il volto tumefatto, tutti chiedono la verità sulla sua morte. Viene organizzata un’attività di depistaggio che viene portata avanti scientificamente». Per l’accusa, dopo il 2015, quando le indagini sulla morte del ragazzo vennero riaperte, i carabinieri che si sarebbero accorti dell’esistenza di documenti falsi non avrebbero denunciato nulla ai magistrati. De Cianni, per l’accusa, avrebbe calunniato Riccardo Casamassima, poi diventato uno dei testimoni principali del processo. Il pm aveva sottolineato che si era arrivati a dire che Cucchi «si era auto lesionato sbattendo più volte il viso a terra e contro al muro in cella». Musarò ha descritto «depistaggi ostinati e a tratti ossessivi». E ha specificato: «Non è un processo all’Arma dei carabinieri», considerando che alle nuove indagini hanno collaborato in modo fondamentale proprio i militari dell’Arma.

«La sentenza odierna del processo che ha visto imputati otto militari per vicende connesse con la gestione di accertamenti nell'ambito del procedimento 'Cucchi-ter', riacuisce il profondo dolore dell'Arma per la perdita di una giovane vita. Ai familiari rinnoviamo - ancora una volta - tutta la nostra vicinanza. La sentenza, seppur di primo grado, accerta condotte lontane dai Valori e dai principi dell'Arma». È quanto sottolinea il Comando generale dell'Arma, ribadendo il «fermo e assoluto impegno» ad agire sempre «con rigore e trasparenza» specie nei confronti dei propri appartenenti.

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