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Coronavirus, Trivulzio, il grande business: 150 euro al giorno per ogni anziano malato

Coronavirus, Trivulzio, il grande business: 150 euro al giorno per ogni anziano malato
di Claudia Guasco
4 Minuti di Lettura
Domenica 12 Aprile 2020, 10:31 - Ultimo aggiornamento: 21:18

Un affare potenziale da 150 euro al giorno per paziente, ma anche una delibera capestro difficile da rifiutare. L'innesco della bomba epidemiologica al Pio Albergo Trivulzio è la delibera della Regione Lombardia numero XI/2906 dell'8 marzo 2020, cui ne seguiranno altre due che porteranno dritti al disastro. Stabilisce che le case di riposo, dove l'età media dei ricoverati è di 80 anni, possono accogliere pazienti Covid usciti dagli ospedali.

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Alle 600 Rsa sparse sul territorio basta schiacciare un tasto del computer per accettare e l'incarico di smistare i pazienti viene assegnato al Trivulzio. Che, appunto, svolge solo un ruolo di distribuzione dei posti letto. Nessuno verrà mai incaricato di verificare che le disposizioni di sicurezza vengano rispettate, a cominciare dalla Baggina dove muoiono 126 degenti. Su questo stanno indagando i pm della procura di Milano coordinati dal procuratore aggiunto Tiziana Siciliano.

I RIMBORSI
Un mese fa il sistema sanitario Lombardo stava affondando, travolto dall'epidemia. Le chiamate al 112 sono passate da 12-13mila al giorno a oltre 40 mila, il numero di persone afflitte da problemi respiratori è balzato da una situazione prebellica di 300 ai 1.000-1.500 quotidiane. Gli ospedali non sanno più come trovare i letti per la terapia intensiva, figuriamoci per chi ne esce. Ecco allora che interviene la Regione con una delibera destinata alle Rsa: dal 9 marzo vietato accettare nuovi pazienti provenienti dal territorio, anticipo delle dimissioni degli anziani ricoverati e metà dei posti letto riservati all'emergenza coronavirus. Necessario anche garantire l'ossigenoterapia.

LE ASSOCIAZIONI
Per Luca Degani, presidente di Uneba Lombardia, associazione che riunisce oltre 400 case di riposo, è l'inizio del disastro. Spiega: «E' il segnale di non avere capito la programmazione sanitaria, le Rsa non dovevano essere strumentali al ricovero di Covid. Dipendiamo per un buon 30% dai finanziamenti della Regione, logico che molti abbiano paura di perderli. Non parlano e io li capisco. Ma noi certe cose dobbiamo dirle: i nostri ospiti sono persone anziane, con pluripatologie. Come potevamo attrezzarci per prendere in carico malati spostati dagli altri ospedali per liberare posti letto?

Ci chiedevano di prendere pazienti a bassa intensità Covid e altri ai quali non era stato fatto alcun tampone. Il virus si stava già diffondendo. Stavamo per barricarci nelle nostre strutture, le visite dei parenti erano già state vietate». Dunque, da una parte c'è il timore di perdere i finanziamenti regionali, senza i quali le Rsa chiuderebbero. Dall'altra un nuovo business che si apre. La Regione ha specificato che i rimborsi verranno fissati in seguito tuttavia, considerando il tetto massimo previsto per le degenze non ospedaliere, si tratta di 150 euro al giorno a paziente.

Per il Trivulzio, che ha ospitato una cinquantina di malati Covid, si trattava di 45 mila euro ogni quindici giorni. Molti di più, però, se numero di pazienti e giorni di degenza si allungano. Per tutte le Rsa lombarde la cifra complessiva era di 350mila euro al giorno (dato al 27 marzo). Ma lo scandalo delle morti finite sotto inchiesta ha fermato tutto.

LE LINEE GUIDA
Altro aspetto critico è la selezione delle case di riposo che hanno aperto le porte ai pazienti con il virus. Bastava collegarsi al portale della Regione Priamo e inserire le proprie credenziali. Riferisce un'operatrice del Trivulzio: «Dopo l'iscrizione si riceveva una telefonata. Avete strutture separate per i contagiati? Sì. Avete personale adeguato? Sì. Disponete di materiale protettivo? Sì. Tempo un giorno e arrivavano i malati dagli ospedali, senza che nessuno verificasse». Così è successo il disastro. La Baggina non aveva mascherine, nè padiglioni isolati, né - stando alle denunce dei famigliari delle vittime - era in grado di gestire l'emergenza. Eppure, incaricata dal Pirellone, ha assunto il ruolo di Centrale unica regionale dimissione post ospedaliera Covid.

Nel frattempo la giunta guidata da Attilio Fontana licenzia altre due delibere. In quella del 23 marzo autorizza i ricoveri anche negli hospice, le strutture per le cure palliative, dei pazienti clinicamente guariti: significa che non hanno più sintomi come febbre e tosse, ma non sono stati sottoposti al doppio tampone e quindi ancora potenzialmente infetti. Il 30 marzo tutte le disposizioni sono ribadite nella delibera numero XI/3018, con la quali vengono fornite alle Rsa le indicazioni operative per la «gestione degli ospiti e del personale per il contenimento delle infezioni correlate all'assistenza nell'ambito dell'emergenza da Covid-19».

IL PROTOCOLLO
Il protocollo prevede la sensibilizzazione, la prevenzione e la formazione di operatori e anziani, spiega di evitare baci e abbracci, si raccomanda di lavare bene le mani e di mantenere la distanza di almeno un metro tra le persone. Dopo la valanga di denunce di dipendenti e parenti di anziani morti, il caso Trivulzio - così come quello del Don Gnocchi - è finito sul tavolo dei magistrati milanese, che indagano per epidemia colposa, omicidio colposo e violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro. Nel mirino c'è la gestione della bufera Covid dall'8 marzo, l'ente ha consegnato agli investigatori tutte le delibere e i protocolli. Si vedrà se il Trivulzio ha rispettato le linee guida della Lombardia e se la Regione, a sua volta, ha seguito le direttive dell'Istituto superiore di sanità.

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