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Covid 19, la strage del Trivulzio: dalle minacce ai referti spariti

Covid 19, la strage del Trivulzio: dalle minacce ai referti spariti
di Claudia Guasco
6 Minuti di Lettura
Venerdì 10 Aprile 2020, 07:30 - Ultimo aggiornamento: 12:55

MILANO «Quello che succede al Trivulzio non deve uscire dal Trivulzio», dice una dipendente. La regola dell'omertà è quella che, dal 23 febbraio, è stata imposta ai dipendenti dello storico ente milanese di assistenza agli anziani, fondato nel 1766 grazie all'eredità dell'omonimo principe filantropo. Qui, raccontano gli operatori socio sanitari, al Covid-19 «subiamo minacce, ci intimano di non parlare: vecchietti indifesi facili prede del contagio, assistenti e infermieri senza mascherine, familiari che fino a metà marzo entravano e uscivano due volte al giorno». Così in un mese e mezzo il virus ha fatto una strage alla Baggina, come viene chiamata in città: 120 pazienti morti, senza contare i degenti dimessi con test positivo dalla riabilitazione di cui non si conosce il destino.

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NON C'E' SPAZIO PER LE BARE
Il numero dei decessi viene aggiornato ogni giorno con bollettini che circolano all'interno della clinica: 70 da metà a fine marzo, 28 dall'1 al 6 aprile, dodici mercoledì scorso, altri dieci ieri. Nessuno morto ufficialmente per coronavirus, perché tamponi non venivano fatti: ora, con le inchieste in corso, sono obbligati a eseguirli. Chi lavora al Trivulzio parla di una «situazione catastrofica, che poteva essere contenuta ai primi di marzo quando era evidente che il contagio era entrato dal portone d'ingresso». Adesso «la camera mortuaria è piena di morti, la chiesa è colma, nemmeno la cappella ha più spazio per accogliere le bare».

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Sono gli operatori sanitari, dall'interno, a mettere in fila gli errori commessi dalla dirigenza, mentre tre inchieste - della procura, della Regione e del ministero della Salute - dovranno spiegare perché sono stati commessi. Il Trivulzio è un ente pubblico che, prima dell'epidemia, aveva più di mille pazienti tra Rsa, riabilitazione e hospice. La Regione Lombardia designa il direttore generale e legale rappresentante dell'azienda d'intesa con il sindaco e nomina, insieme al Comune, i componenti del consiglio d'indirizzo aziendale. Quest'ultimo è composto da cinque membri, tre di nomina comunale (tra cui il presidente) e due scelti dalla Regione. Il governatore Attilio Fontana ha disposto una commissione di verifica sul tasso di mortalità e ha preso pilatescamente le distanze dai vertici della struttura: «Le Rsa hanno tutte una gestione autonoma. Al Pio Albergo Trivulzio esiste un consiglio d'amministrazione, un direttore generale, tutte persone che abbiamo nominato il sindaco Sala e io e che hanno autonomia di gestione».

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LETTERE DI DIFFIDA
La Regione controlla che «si rispettino le condizioni igienico-sanitarie e la qualità dei servizi che noi imponiamo. Su questo le nostre Ats ci hanno sempre rassicurato di avere fatto tutti i controlli del caso». Ma secondo Rossella Delcuratolo, sindacalista della Cisl che segue i lavoratori della Baggina, da fine febbraio nessuna procedura anti-Covid è stata applicata. «Forse pensavano che il Pio Albergo Trivulzio fosse un'isola felice». Fatto sta che ho spedito due lettere di diffida alla direzione. La prima per dire che servivano mascherine, e hanno replicato che non erano necessarie perché tanto i pazienti non escono. La seconda per spiegare che il virus viene proprio da fuori, portato da dipendenti e familiari, però non è arrivata nessuna risposta». Alcuni infermieri e operatori della struttura hanno fatto da soli, portandosi le mascherine da casa, tuttavia «è stato impedito loro di indossarle per non spaventare i pazienti e allarmare le famiglie».

REFERTI SCOMPARSI

Gli operatori sanitari più deboli, quelli con contratto a tempo determinato, «sono stati avvertiti: se non vi adeguate, perdete il posto. Una ventina è già risultata positiva, altre decine sono a casa con sintomi, ancora in attesa dei tamponi». Mentre azienda e personale discutevano sulle mascherine, passando anche attraverso uno sciopero, il Covid si impadroniva del Trivulzio. La sensazione dall'interno è che, quando la situazione è sfuggita di mano, sarebbe cominciata un'operazione di occultamento dei casi. «Viviamo in un dramma - afferma un'operatrice sanitaria - Tutto quello che riguarda il coronavirus ci viene nascosto, compresi referti magicamente spariti». È accaduto con una radiografia ai polmoni. Quando viene effettuata, la analizzano un medico, lo specialista e un infermiere, che è colui che si occupa di somministrare la terapia. «Ebbene, l'infermiere è stato cacciato dalla stanza e una volta rientrato per analizzare i referti si è accorto che rx e tac ai polmoni non c'erano più. Volatilizzate». Attorno ai malati veniva innalzato un muro, che tagliava fuori anche i parenti. Riferivano loro che il papà o la nonna avevano un po' di febbre e la tosse, effetti della stagione e dell'età». Oppure li rassicuravano: «Tranquilli, si tratta di una polmonite batterica. Invece era una polmonite di tipo virale».
 


OMICIDIO COLPOSO
Ricorda una assistente sanitaria ausiliare: «Ho visto somministrare a una paziente 25 litri di ossigeno al minuto, un altro con il casco sempre per l'ossigeno. A noi non davano nemmeno le mascherine chirurgiche, a fine febbraio i medici giravano nei corridoi già con quelle Fp2. I sospetti casi Covid non sono stati isolati, bensì lasciati tutti negli stessi reparti». Ora sono divisi, eppure questo non mette al sicuro i pazienti sani. Poiché manca il personale, gli infermieri fanno spesso due turni di seguito. E passano da un reparto con contagiati a uno pulito, diventando pur con tutte le cautele involontari portatori dell'infezione. Da alcuni giorni gli ispettori del ministero della Salute sono al lavoro negli uffici del Trivulzio ed esaminano le cartelle cliniche, mentre la procura di Milano ha aperto un'inchiesta per verificare se siano state applicate correttamente e se fossero sufficienti le disposizioni contenute nel Piano pandemico regionale del 2006. Tra le denunce per omicidio colposo, epidemia colposa e reati in materia di sicurezza sul lavoro presentate da operatori e familiari delle vittime c'è anche la delibera dell'8 marzo con la quale la Regione chiedeva alle Rsa di accogliere pazienti Covid-19 dimessi dagli ospedali. Il Trivulzio ha accettato 70 persone. «E sa dove le ha messe? - riferisce un operatore - In un reparto separato solo da una porta. Con gli infermieri che entrano e escono per prendere i carrelli, con la stessa mascherina».

 

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