Coronavirus, Rezza (Iss): «Fase 2 molto lenta e solo con distanza e mascherine per la popolazione»

Coronavirus, Rezza (Iss): «Fase 2 molto lenta e solo con distanza e mascherine per la popolazione»
di Mauro Evangelisti
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Venerdì 10 Aprile 2020, 06:54 - Ultimo aggiornamento: 11 Aprile, 16:18

«Per noi epidemiologi non bisognerebbe riaprire fino a quando non sarà pronto il vaccino. Ma è ovvio che non si può fare. Va trovato un punto d'equilibrio, bisogna agire con prudenza per evitare una recrudescenza dell'epidemia».
Il professor Giovanni Rezza, direttore del Dipartimento di Malattie Infettive, fa parte del Comitato tecnico scientifico che aiuta il governo nel contrasto dell'epidemia del coronavirus. In queste ore il confronto è serrato: si parla di fase due, ma gli esperti suggeriscono una linea di estrema cautela.

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Cosa succederà?
«Bisogna essere prudenti perché questo virus continuerà a circolare. Come si molla un po', si rischia un nuovo incremento dei casi. Capiamo benissimo che il Paese non può restare in lockdown troppo a lungo, però appena si alleggeriscono le misure di contenimento, soprattutto per riavviare alcune attività produttive, bisogna comunque mantenerne e garantirne altre di distanziamento sociale. Su questo non ci può essere dubbio».
Significa che, anche in futuro, con una parziale riapertura, sul posto di lavoro dovremo restare due metri l'uno dall'altro? Al ristorante lo stesso?
«Per forza. Inoltre va valutato l'uso delle mascherine per la popolazione. E servono provvedimenti complementari».
Quali?
«Alcuni esempi: una più rapida identificazione dei focolai, identificazione dei casi positivi, rintraccio dei contatti, l'uso delle app. Sono tutte cose che vanno messe nel conto».
E per organizzare tutto questo serve tempo. Non possiamo riaprire domani.
«Certamente, non si fa in un giorno. Inoltre bisogna spiegare cosa intendiamo con riapertura. In questa fase due non può che essere graduale, parziale, con estrema cautela. Io non ritengo importante una differenziazione territoriale. Teniamo conto che una parte consistente delle attività produttive sono al nord».
La tragedia della Lombardia cosa ci deve insegnare?

«Partiamo da un dato: la Lombardia si è ritrovata con il coronavirus in casa, in questo è stata molto sfortunata. Poi, certo, qualcuno si interroga sulla necessità di avere una sanità più presente sul territorio. Si tratta di una riflessione che va fatta. Anche se l'ideale ovviamente sarebbe avere sia ottimi ospedali, sia una sanità presente ed efficace sul territorio».
Voi non amate parlare dei tempi, fissare delle date di partenza della fase due. Anche perché la scelta spetta al governo. Ma è possibile ipotizzare per il mese di maggio una parziale ripartenza o, quanto meno, un alleggerimento del lockdown?
«Questo non lo so, è difficile dare una risposta, proprio perché certe decisioni spettano alla politica. Per un epidemiologo, più tardi si ricomincia, meglio è».
Se la decisione dovesse spettare solo alla scienza e non alla politica, quando si riaprirebbe?
«Mai. O meglio: quando arriverà un vaccino. Dal punto di vista scientifico uno si domanda: perché rischiare riaprendo prima? Per la sanità pubblica non sarebbe mai l'ora di riaprire, perché prima riapriamo, più rischiamo. Però è altrettanto chiaro che non possiamo neppure morire di fame. Dovendo fare i conti con la realtà, si dice: quando si deciderà di riaprire, lo si faccia razionalmente, gradualmente, prevedendo una serie di misure che limitino i rischi. Fare il lockdown per mesi, come è stato fatto nell'Hubei, sarebbe la soluzione migliore. Ma lì se lo sono potuti permettere perché il resto della Cina continuava a funzionare».
Anche il ministro della Salute, Roberto Speranza, dice questo.
«Sì, il ministro è esattamente in questa posizione di prudenza».
Siamo diventati più bravi a intervenire per fermare sul nascere sui focolai?
«Lo spero. Qualche intervento efficace lo abbiamo visto. Però se ci si rilassa troppo, si rischia. È vero che la popolazione ha imparato comportamenti virtuosi, probabilmente continuerà ad avere atteggiamenti prudenti anche quando sarà alleggerito il lockdown. Ma non è sufficiente. Per questo, parlo di una riapertura graduale, razionale e con una serie di misure che evitino una recrudescenza».
 


 

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