Vitangelo Bini dopo la grazia: «La mia condanna è il dolore

Venerdì 15 Febbraio 2019
«Avvocato se lei è contento sono contento anche io, vi ringrazio tutti ma lasciatemi solo, non ho voglia di parlare, capisco la vostra felicità ma preferisco rimanere nel mio silenzio. Non c'è giudice, non c'è presidente della Repubblica che possa togliermi la mia condanna: quella che mi ha inflitto il destino con la malattia di mia moglie e quella che mi sono inflitto da solo». Vitangelo Bini, 89 anni, che ieri ha ricevuto la Grazia dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, piange ancora quando parla della moglie Mara Tani che uccise nel 2007: aveva l'Alzheimer da 12 anni. Il suo avvocato Lapo Bechelli ci ha parlato appena appresa la notizia. «Sono sollevato dal non dover andare in carcere - ha detto ancora Bini al suo avvocato - ma in questa storia purtroppo c'è poco da festeggiare». Bini, ufficiale della polizia municipale di Firenze, irreprensibile a detta di tutti, aveva sempre accudito la moglie da solo. Non aveva voluto l'aiuto di nessuno: una badante non l'avrebbe assistita con amore come faceva lui. Maria Tani, dopo 12 anni di malattia, era stata ricoverata in ospedale a Prato perché a casa non era più gestibile. L'aveva portata via il 118 seguendo le procedure corrette ma per Bini la moglie era stata portata via «avvolta in un sacco della spazzatura». Lui, invece, ogni giorno se la caricava in spalla per cinque piani di scale perché la carrozzina non entrava in ascensore. Subito dopo il ricovero la figlia aveva parlato con i medici: le avevano detto che quell'agonia sarebbe potuta durare anche mesi. Lei piangendo lo aveva raccontato al padre. Così Bini si era deciso a sollevarla da quelle sofferenze. Era andato in ospedale in taxi portando la pistola, che deteneva regolarmente, le aveva appoggiato in testa e sull'addome due asciugamani e poi aveva sparato.

I figli lo hanno sempre sostenuto e sono stati loro a gioire di più quando hanno appreso che Mattarella gli aveva concesso la Grazia. Avevano sempre ripetuto che il padre in carcere sarebbe morto. E così avrebbero perso anche lui. «Bini ha vissuto il processo, che è durato 10 anni, come uno spettatore», ha detto all'Adnkronos il difensore di Bini Lapo Bechelli. L'accusa era quella di omicidio volontario e la pena corrispondente sarebbe stata l'ergastolo. «In primo grado - ha spiegato il legale - è stato condannato a 6 anni e sei mesi perché gli sono stati riconosciuti il vizio parziale di mente e le attenuanti che abbiamo richiesto come difesa, tranne quella del motivo di particolare valore sociale». «È qui che ci siamo scontrati perché nel nostro ordinamento l'eutanasia non è riconosciuta - ha spiegato Bechelli - Per il motivo di particolare valore morale o sociale ci deve essere un sentimento che appartiene alla collettività. Lui era stato spinto da un sentimento altruistico, che in questo caso sarebbe stato il non far più soffrire la moglie». «È un caso che lambisce il tema dell'eutanasia - ha detto Bechelli - tutte e tre le sentenze dicono che è un tema che compete al Parlamento se mai se ne fosse occupato. Ma io infatti non chiedevo qualcosa che non c'è nell'ordinamento italiano, io volevo che mi riconoscessero che fosse un gesto motivo di particolare valore sociale».

La condanna è stata poi confermata in secondo grado. «Quando c'è stato l'Appello nel 2017 c'è stato un momento di grande soddisfazione: anche il pm ha chiesto che fosse riconosciuta la mia attenuante - ha raccontato l'avvocato - Ma anche in questo caso la Corte d'Assise d'Appello ha detto no. Un no che è stato poi ribadito dalla Cassazione il 7 giugno del 2018. La condanna definitiva era stata quindi 6 anni e 6 mesi». Non era andato in carcere perché la pena era stata sospesa per gravi motivi di salute. «Poi all'udienza fissata al Tribunale di Sorveglianza l'11 dicembre abbiamo presentato la domanda di Grazia e il Tribunale ha sospeso per sei mesi l'esecuzione della condanna: questo è avvenuto l'11 dicembre scorso, quindi l'11 giugno prossimo Bini sarebbe andato in carcere - ha sottolineato l'avvocato - Credo che si tratti della Grazia concessa più rapidamente della storia d'Italia».
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