Barbara Corvi, riaperta l’indagine 13 anni dopo la scomparsa a Montecampano: altre analisi sulle gocce di sangue nell’auto del marito

Il mistero di Montecampano: l’ipotesi della fuga d’amore non regge. È stato un omicidio?

Barbara Corvi, riaperta l indagine 13 anni dopo la scomparsa: altre analisi sulle gocce di sangue nell auto del marito
di Nicoletta Gigli e Corso Viola di Campalto
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Mercoledì 31 Agosto 2022, 07:38

Il vecchio suv Mitsubishi di Roberto Lo Giudice è stato prelevato nel garage di Montecampano (Terni) di Amelia e portato a Roma Tor di Quinto per essere analizzato dai Ris. In questi giorni d’agosto l’auto viene passata al setaccio dagli investigatori che, su incarico della procura ternana, vanno di nuovo a caccia sul veicolo di eventuali tracce di sangue e di materiale biologico di Barbara Corvi, la moglie di Roberto, sparita nel nulla 13 anni fa dalla sua casa di Montecampano di Amelia. Il suv, che dopo tanti anni è ancora nella disponibilità dell’indagato, fu già analizzato col Luminol a febbraio del 2010, quattro mesi dopo la misteriosa scomparsa della mamma amerina di 35 anni, di cui ancora oggi si ignora il destino. Allontanata subito la pista di una fuga d’amore, sotto i riflettori delle indagini era finito proprio lui.


I LEGALI<QA0>
«Roberto è tranquillo, come lo è sempre stato in questi difficili anni che lo vedono indagato. Siamo perplessi su questi nuovi accertamenti - dicono i legali di Lo Giudice, Giorgio Colangeli e Cristiano Conte - perché si tratta dello stesso, identico esame che si fece a febbraio 2010, quattro mesi dopo la scomparsa di Barbara. All’epoca sul suv di Roberto fu trovato solo molto sangue di cinghiale e non crediamo che oggi, dopo 13 anni, possano emergere altri elementi significativi per le indagini».

Durante l’accertamento non ripetibile i legali dell’indagato al momento hanno deciso di affidarsi ai rilievi disposti dalla procura ternana e di non nominare un consulente di parte. La ricerca delle tracce di sangue di Barbara, avviata dai Ris di Roma Tor di Quinto in questo torrido agosto, andrà avanti fino ai primi di settembre. «A settembre decideremo l’opportunità di nominare un consulente di parte per valutare come proseguono gli accertamenti degli investigatori del Ris o invece di aspettare serenamente che gli esiti vengano depositati in procura» dicono i legali.

A disporre le nuove indagini su Roberto Lo Giudice, sposando la richiesta di opposizione all’archiviazione dei legali della famiglia Corvi, Gulio Vasaturo e Enza Rando, è stato il gip Barbara Di Giovannantonio. Che a metà luglio ha concesso il termine perentorio di sei mesi per svolgere quei nuovi accertamenti richiesti e necessari, per l’accusa, a far luce sulla scomparsa di Barbara Corvi. Entro dicembre gli investigatori che hanno ricevuto dal procuratore, Alberto Liguori, la delega per le nuove indagini devono sentire di nuovo alcuni testimoni ritenuti fondamentali per chiarire alcuni elementi emersi durante l’udienza in cui si doveva decidere se chiudere le indagini sull’unico indagato o andare avanti. A partire dalla circostanza secondo cui Barbara, temendo di essere rimasta incinta nel periodo in cui con Roberto viveva da separata in casa, avrebbe chiesto alla sorella la pillola del giorno dopo per evitare di partorire un figlio frutto di una relazione extraconiugale. Su questo aspetto, oltre a Irene, la sorella della Corvi, saranno sentiti Carlo Barcherini, l’uomo che frequentava Barbara, l’amica di lui Rosita Proietti e l’amica di Barbara, Ligia Mercedes.


I FIGLI<QA0>
Torneranno a parlare di fronte agli investigatori anche Salvatore e Giuseppe, i figli di Barbara e Roberto, chiamati di nuovo a chiarire alcuni aspetti sull’uso dei soldi che sarebbe stato fatto dal padre dopo la scomparsa della mamma. E sarà sentita anche Caterina Parisi, l’attuale compagna di Roberto. «Noi non abbiamo alcun timore di nuove indagini se non ci fosse una persona che soffre come un cane da 13 anni» hanno ribadito Colangeli e Conte, legali di Roberto Lo Giudice il giorno in cui si disponevano nuove indagini a suo carico. «I primi quattro anni dopo la scomparsa si è indagato su di lui, di fatto senza una difesa. Studiavano computer, telefoni e autovetture, facevano intercettazioni di ogni tipo ma Roberto non fu mai iscritto nel registro degli indagati fino a giugno del 2019. Non sappiamo che fine abbia fatto la povera Barbara, ma dobbiamo occuparci anche della vita di Roberto.

Non si può essere indagati tutta la vita e anche se non abbiamo un briciolo di paura ci auguriamo per Lo Giudice una risposta di giustizia». La certezza è che il Riesame e la Cassazione in questi mesi hanno demolito l’inchiesta per far luce sul mistero di Barbara Corvi. Un’indagine, quella che ha portato in carcere Roberto, smontata pezzo dopo pezzo insieme alle accuse di omicidio e occultamento di cadavere mosse dalla procura ternana nei confronti del marito cinquantenne di Barbara. Rimesso in libertà dal Riesame dopo 23 giorni di detenzione a Sabbione. Poco dopo la sentenza della Cassazione, secondo cui non ci sono neppure le prove che Barbara sia davvero morta.

 

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