Spari nel carcere di Frosinone, tra i bersagli anche il capo albanese della piazza di spaccio di via Bellini

Spari nel carcere di Frosinone, tra i bersagli anche il capo albanese della piazza di spaccio di via Bellini
di Marina Mingarelli
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Mercoledì 22 Settembre 2021, 09:54 - Ultimo aggiornamento: 16:26

C'è anche l'albanese considerato il capo della banda che spacciava la droga in via Bellini a Frosinone tra i "bersagli" del detenuto che domenica pomeriggio ha fatto fuoco nel carcere del capoluogo. 

Alessio Peluso, appartenente al clan di camorrra Lo Russo, avrebbe ingoiato la sim del telefonino che deteneva illegalmente. Gli investigatori che hanno effettuato perquisizioni a tappeto all'interno della sezione di Alta sicurezza dove si trovavano i carcerati, non sono riusciti a trovarla. Forte il sospetto dunque che per evitare che le forze dell'ordine arrivassero a chi gli aveva fornito quel piccolo velivolo radiocomandato, l'abbia ingerita. Intanto si cerca di capire la motivazione di quella sparatoria.

Nello specifico gli agenti della Squadra Mobile che si stanno occupando del caso, stanno effettuando indagini per accertare se si sia trattato di un regolamento di conti magari per il mancato rispetto di certe dinamiche che si vengono a creare all'interno del carcere o se invece quel comportamento sia stato dettato da questioni legate alla malavita organizzata. Ancora tante le domande che attendono delle risposte.

A cominciare dal fatto che ancora non è stato accertato se l'uomo avesse voluto soltanto intimorire i compagni di cella o se invece l'intenzione era quella di ucciderli. Di certo c'è che Peluso nei giorni precedenti era stato picchiato dai tre detenuti. Un pestaggio in piena regola a causa del quale era stato costretto a ricorrere alle cure mediche. Da qui potrebbe sorgere anche il sospetto della vendetta.

Intanto sono già iniziati gli accertamenti tecnici di natura balistica. Attraverso questi si potrebbe avere un quadro della situazione più nitido circa le intenzioni di Alessio Peluso. Restano sempre da capire le modalità con cui l'arma è stata recapitata all'interno del carcere.

Nella nota divulgata dal ministero di Grazia e Giustizia il capo Dap, Bernardo Petralia, che l'altro ieri si è recato all'interno del carcere di via Cerreto, ha ribadito di trovarsi di fronte ad un fatto gravissimo. «Tutto quello che si può fare - ha detto -, come impiego di personale e di risorse, lo faremo e fin da domani lavorando anche sull'accertamento di ciò che è accaduto, in perfetto accordo e sinergia con l'autorità. Credo che il problema, dal punto di vista dei riscontri, sia ormai ragionevolmente chiaro: si è trattato di un drone che ha recapitato questa pistola della quale si è impossessato il detenuto. Il problema si sposta sotto il profilo degli accorgimenti che il Dap affronterà fin da subito. Frosinone è un carcere abbastanza battuto da queste incursioni dei droni e questo ci induce ad essere più solerti possibile, con un impegno di risorse e tecnologie avanzatissime e io confido sul fatto che con la mia volontà, con quella della ministra e del governo, si possa risolvere questo problema, sempre pensando che poi non si aprano altre frontiere di aggressione».

Petralia ha anche parlato delle condizioni dei detenuti nelle carceri italiane, sottolineando: «Umanità non ne manca nel Dap e negli istituti, dove gli operatori diventano a volte medici, a volte psicologi, addirittura familiari dei detenuti, ma rimane una situazione sempre difficile». Il capo del Dap ha infine sottolineato che il «sistema dei droni è il più attuale e pericoloso» e si basa su una tecnologia che sarà affrontata con una contro-tecnologia. Sul panorama nazionale è infatti già allo studio una sperimentazione fatta in un carcere, «ora si tratta di vagliare i costi e dare inizio alle procedure amministrative di acquisto che verranno».
 

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