Luca Diotallevi
Luca Diotallevi

Il vero potere di chi regna e non governa

di Luca Diotallevi
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Martedì 20 Settembre 2022, 00:08 - Ultimo aggiornamento: 23:52

Nei giorni scorsi abbiamo letto le parole di profondo rispetto che Elton John e Mick Jagger hanno rivolto alla defunta Regina Elisabetta II. Lo hanno fatto Elton John, Mick Jagger e molti intellettuali ed artisti di cui tutto si può dire tranne che si tratti di campioni di tradizionalismo. Questi non hanno reso omaggio ad una pop star membro acquisito della famiglia reale, come era avvenuto alla morte di Diana Spencer. Le loro parole erano esplicitamente rivolte alla “Regina”.
In questi giorni a molti sarà capitato di ascoltare una domanda, la quale, magari, oltre che da colleghi al bar o da passanti al mercato, veniva anche da “dentro” di ciascuno. “Come è mai possibile che una società libera come quella britannica abbia ancora una regina o un re?”. “Come è possibile che quella regina o quel re siano regina o re anche per paesi lontanissimi quali Australia e Canada, ricchi e ultra-liberi, multietnici come pochi altri?”.
È utile che una domanda come questa risuoni in un momento storico come questo. La risposta è nascosta dentro una formuletta che si impara a scuola: in Gran Bretagna il re regna, ma non governa.
Regnando e non governando il re o la regina svolgono un ruolo decisivo per la società britannica e per tutto il Commonwealth. Quello che il re o la regina occupano è un posto che – sbagliando – potremmo immaginare come il vertice della piramide. Senonché il monarca britannico lo occupa e basta. Occupandolo “senza governare”, i re o la regina rendono il vertice della piramide quasi del tutto inerte (almeno rispetto alla normale amministrazione). Occupandolo senza governare – e siamo al punto – impediscono che quel posto sia occupato da chiunque altro cui eventualmente passi per la testa l’idea di “governare la società dal vertice”: per averci provato Carlo I perse la testa e Cromwell, morto di malattia, subì addirittura una esecuzione postuma.
Dunque, proprio perché regna senza governare, il monarca britannico toglie il vertice alla società, evita che essa diventi una piramide. Gli scienziati della politica parlano del Regno Unito e dei paesi della diaspora anglosassone (a partire dagli Usa) come di stateless societies, di società “senza Stato”, a differenza delle state centred societies dell’Europa continentale. “Società senza Stato” significa che lì la politica è una funzione sociale specifica e importante, ma non più né meno importante delle altre. In una società del genere nessun potere può essere assoluto ed irresponsabile. In una società del genere sovranismo e populismo possono cogliere qualche vittoria (si pensi al clamoroso autogol della Brexit), ma non hanno vita facile.

Naturalmente i reali britannici e le loro famiglie di guai ne hanno combinati e quelle anglosassoni non sono certo società perfette. Tuttavia, ciò che avviene a nord del Canale della Manica ha qualcosa da insegnare e, a sud del Canale, non conviene trattare ogni diversità inglese come una inutile stravaganza.
Il millenario primato del diritto sulla legge, la altrettanto millenaria autorevolezza dei giudici (in Inghilterra sono stati loro a fare le rivoluzioni, in nome dei diritti ed a suon di sentenze), il rapporto vitale tra tradizioni e libertà, il cristianesimo non come identità escludente ma come fondamento della libertà religiosa (l’opposto della laicità!), sono tutti ingredienti del mondo post-statuale di cui dopo due Guerre Mondiali stiamo cominciando a godere su questo pianeta, mondo che oggi siamo impegnati a difendere dalle minacce di autocrazie e dittature. Nel Regno Unito la complessa rete istituzionale appena ricordata fa perno anche su di un monarca che “regna, ma non governa”. Riconoscerlo non implica affatto sognare di copiare il modello istituzionale britannico. La Repubblica italiana e la intera vicenda della Unione Europea sono esempi del fatto che ci sono anche altri modi per mettere in piedi una “società aperta”, per liberarsi dal “primato della politica”, per destrutturare la “piramide dello Stato”. La storia insegna che vie diverse alla stessa metà si rafforzano l’una con l’altra.
È noto che nell’Italia del Novecento serpeggia uno spirito anti-inglese (la “perfida albione” di infausta mussoliniana memoria). Sarà forse perché nella britannica, nel suo diritto, nel suo modello universitario, nella sua libertà religiosa, nei suoi tribunali e nella sua democrazia vive qualcosa le cui radici sono nella nostra storia, innanzitutto nella nostra civitas e del nostro diritto comune? Qualcosa cui abbiamo rinunciato spalancando le porte a Napoleone e consegnandoci al giacobinismo ed alla idolatria statalista.

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