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Ferdinando Adornato

Oltre il conflitto/ Le nostre scelte e la guerra in Ucraina

di Ferdinando Adornato
4 Minuti di Lettura
Mercoledì 13 Aprile 2022, 00:11

C’è una guerra sulla parola pace. È cominciata fin dall’inizio del conflitto e, giorno dopo giorno, mentre massacri si alternano a massacri e si denuncia l’uso di armi chimiche, si è fatta sempre più aspra. Aiutare la resistenza ucraina fornendo le armi necessarie o, al contrario, convincerla alla resa magari attraverso un negoziato “mutilato”? Quale di queste scelte avvicina di più alla pace? Legioni di uomini di Stato e liberi pensatori, continuano a misurarsi con questa guerra di parole. Purtroppo, anche in questo caso, si tratta di una guerra insensata. E c’è un documento che lo prova. Un testo dell’aprile del 1963. L’ha scritto un italiano di Bergamo, uno degli italiani più amati dal nostro popolo: Giovanni XXIII. Il documento si chiama Pacem in Terris, l’enciclica che papa Roncalli pubblicò due mesi prima di morire dedicata alla «pace fra tutte le genti». 

Ecco il cuore della sua tesi: «La pace rimane solo suono di parole, se non è fondata su quell’ordine che il presente documento ha tracciato con fiduciosa speranza: ordine fondato sulla verità, costruito secondo giustizia, vivificato e integrato dalla carità e posto in atto nella libertà». Parole forti, rese ancora più chiare nel brano rivolto all’Onu, laddove Giovanni XXIII auspica che tutti gli esseri umani possano un giorno trovare in quell’organizzazione «una tutela efficace in ordine ai diritti che scaturiscono immediatamente dalla loro dignità di persone; e che perciò sono diritti universali, inviolabili, inalienabili». Non sono pensieri di un dottrinario teocon di George Bush. No, parla il “papa buono” e ci dice, con severa chiarezza, che è un’illusione pensare che possa esserci pace tra gli uomini dove sia negata la libertà, dove non si pratichi giustizia, dove si calpestino i diritti inalienabili della dignità della persona. Pace e libertà sono quindi sinonimi. Simul stabunt, simul cadent. Altrimenti la parola pace rimane soltanto, dice il Papa, un insignificante suono.

Ogni autentico pacifismo dovrebbe fare di questo concetto la propria bandiera e rifuggire per sempre da quella doppia morale che, se un tempo faceva ritenere sacrosanto che Cina e Urss rifornissero di armi gli eroici vietnamiti, oggi invece giudica folle inviare armi agli eroici ucraini. Si crea così una sorta di “qualunquismo della pace” in cui carnefici e vittime, aggressori e aggrediti si confondono in uno specchio deforme che annulla la distinzione tra Bene e Male. Ma c’è di più. Siamo sicuri che la “resistenza ucraina” non sia anche la nostra resistenza? Che la libertà e la dignità per le quali si batte il popolo di Zelensky non rappresentino anche la nostra libertà e dignità? Si tratta di domande decisive: parte dell’opinione pubblica europea, infatti, corre il rischio di considerarla una guerra “lontana”, alla stregua dell’Afghanistan, magari figlia di vecchie eredità del patto di Varsavia che non ci riguardano. Dimenticando che, viceversa, siamo di fronte a un barbaro conflitto nel cuore dell’Europa che, perciò stesso, chiama in causa direttamente noi. Non c’è bisogno di essere strateghi di geopolitica per capire che, con l’invasione russa, è partita una sfida cruciale tra autocrazie e democrazie.

E se la dittatura di Mosca dovesse prevalere, le conseguenze sulla nostra vita sarebbero rilevanti. Nel 2014 abbiamo fatto finto di niente. Oggi, per fortuna, non abbiamo commesso lo stesso errore. Allora ha ragione Draghi a fustigare gli scettici: la pace e la vita degli ucraini valgono più di un condizionatore. Ma aggiungerei che la nostra stessa way of life di domani vale più di un condizionatore oggi. In altri termini, se vincesse il modello autocratico, anche il welfare delle nostre società subirebbe certamente contraccolpi. Perciò i sacrifici che siamo e saremo chiamati a fare non sono “solo” per gli ucraini, ma anche per noi stessi. Perché il nostro sistema di vita non sia messo in discussione. Appunto: pace, libertà e benessere camminano con le stesse scarpe.

Nessuno - né Macron, né Erdogan, né Bennet - è finora riuscito a costringere Mosca a un “negoziato” cui pure Zelenski non si è mai rifiutato, disposto alla neutralità e perfino a trattare, come ha più volte detto, su Donbass e Crimea. Ma Putin non vuole, perché per lui trattare adesso, dopo la ritirata da Kiev, significherebbe perdere quella che ha sempre considerato una sfida all’Occidente e ai suoi valori, che egli ritiene ormai al tramonto. E il fatto che sia tornato a circolare tra noi il pensiero che è «meglio vivere in dittatura che morire» sembrerebbe dargli qualche ragione. Ma questo slogan non fa parte dei valori dell’Occidente. Le nostre terre sono cresciute coltivando l’idea opposta: che è meglio morire piuttosto che vivere schiavi, senza libertà e dignità. Proprio i valori rivendicati dalla “Pacem in Terris” che oggi vengono difesi dal popolo ucraino. Anche a nostro nome.

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