Hai scelto di rifiutare i cookie

La pubblicità personalizzata è un modo per supportare il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirti ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, ci aiuterai a fornire una informazione aggiornata ed autorevole.

In ogni momento puoi modificare le tue scelte tramite il link "preferenze cookie" in fondo alla pagina.
ACCETTA COOKIE oppure ABBONATI a partire da 1€
Alessandro Campi
Alessandro Campi

Involuzione 5Stelle/ Il partito che ha perso la capacità visionaria

di Alessandro Campi
6 Minuti di Lettura
Giovedì 7 Luglio 2022, 00:11 - Ultimo aggiornamento: 23:30

Psicodramma o gioco delle parti? Confronto politico duro o commedia degli equivoci? Con i grillini viene facile essere irrispettosi, come Alessandro Di Battista che li conosce bene, che dopo l’incontro Conte-Draghi ha scritto con sarcasmo che ancora una volta il M5S ha deciso oggi di uscire dal governo domani.


Ma proviamo, invece di infierire, a calarci per un attimo nei panni del neo-leader grillino con l’idea di comprendere le ragioni politiche del suo atteggiamento verso il governo. In effetti ondivago, incerto e a tratti persino incomprensibile. Si scoprirà che c’è una ratio, oltre i personalismi e i dilettantismi, in questo tira e molla che dura ormai da settimane.
Da alcuni mesi Conte guida un partito, come lui stesso riconosce nel documento consegnato al presidente Draghi, “sfibrato” ed “eroso”. Cioè sfilacciato all’interno e bastonato alle urne. E il peggio, in termini di consenso elettorale, potrebbe ancora venire. C’è dunque per lui un problema oggettivo di sopravvivenza e tenuta. Da primo partito d’Italia a partitino tra gli altri il passo, specie dopo la scissione, rischia di essere breve. 


In queste condizioni, chiunque cercherebbe di fare quel che Conte sta facendo: rendersi riconoscibile in primis agli occhi di coloro che ancora lo votano, avendo capito che i voti persi ormai difficilmente si potranno recuperare. In questa chiave, la carta della “responsabilità nazionale” gli serve in effetti poco sul piano della propaganda e dell’immagine: quella l’hanno semmai appena giocata gli scissionisti capeggiati da Di Maio. Far cadere il governo, in questo frangente, espone all’accusa di avventurismo. Restare al governo, a queste condizioni, implica come prezzo una crescente irrilevanza e irriconoscibilità. Che fare? Bel dilemma. Dovendo scommettere, entro un mese il M5S lascerà l’esecutivo.


C’è poi un problema, come si diceva un tempo, di linea politica, persino più serio dei voti persi a valanga da due anni a questa parte. Cos’è oggi il M5S? Il partito degli ultimi e dei deboli, si legge nel documento già citato. Il partito che ha investito tutto nella transizione ecologica. Il partito dei cittadini che vogliono contare nelle decisioni del Palazzo. Belle parole e niente più, obiettivi vaghi.


Il M5S aveva in realtà stravinto nel 2018 presentandosi come l’alternativa al sistema, come il nuovo che spazza il vecchio definitivamente. Troppo grande la sfida, troppo modesti i risultati. Dopo aver cavalcato l’onda della rabbia e del risentimento sociale, lucrandovi sopra, il M5S si trova oggi a dover gestire un sentimento crescente di frustrazione e delusione. Sono stati l’ennesimo tentativo andato male di cambiare la politica nazionale. Dovevano mangiarsi a sinistra il Pd, nei piani originari di Grillo condivisi anche da Conte, di grazia se gli faranno da alleato minore e nemmeno troppo graditi. 


Lo si dimentica spesso, ma esiste un Dna dei partiti e dei movimenti politici. Quel che ti ha fatto nascere, ti condizionerà per sempre. Forza Italia sarà sempre il gingillo del Cavaliere. La Lega sarà sempre il partito del Nord. Il Pd resta un partito di nomenclature abili a muoversi nei palazzi del potere, tra Roma e Bruxelles. In Fratelli d’Italia ci si commuove sempre pensando alla Buonanima o ai ragazzi morti ad El Alamein. Il M5S resta dunque il partito dell’urlo in piazza e dello sfogo sui social, del cambiamento come obiettivo indefinito, del “tutti a casa” o del “tutti in galera” rivolto ai politici di professione, del tutto a tutti a spese dell’erario pubblico rivolto al popolo sovrano.
E infatti nel tentativo di ridarsi un profilo e una linea che cosa si chiede a Draghi? Aiuti, assistenza, l’allargamento della spesa pubblica, sussidi. La linea ideologica sembra la stessa del peronismo argentino: soldi a pioggia, nel nome della giustizia sociale, sino alla bancarotta pubblica e al default di Stato. Il problema è che a Palazzo Chigi c’è in questo momento un banchiere rigido e rigoroso. Ci si illude davvero che tutte le richieste messe ieri nero su bianco, alla stregua di condizioni ultimative, possano essere accettate, anche Europa permettendo? Dovendo riscommettere, tra un mesetto i grillini saranno fuori da questo esecutivo.


Rispetto al quale hanno anche posto - è onesto ammetterlo - qualche seria obiezione soprattutto di metodo. Quanto conta la volontà dei partiti (che poi sarebbe quella degli elettori) rispetto a quella di Draghi? Che ruoli e poteri ha il Consiglio dei ministri? Si sta in maggioranza per condividere le responsabilità, mediando tra le diverse richieste, o solo per votare in modo disciplinato quel che è stato già deciso in ambiti ristretti? Oltre alla disciplina forse servirebbe maggiore dialettica.


In effetti, l’esecutivo d’emergenza Draghi-Mattarella sta facendo davvero male ai partiti che lo sostengono per dovere nazionale. La parentesi tecnica avrebbe dovuto aiutarli a rigenerarsi. Li ha invece messi in un angolo (anche elettorale) dal quale faticano ad uscire. E infatti se la ride Giorgia Meloni, che fuori da questo esecutivo continua a macinare voti virtuali: adesso sta oltre il 23%. Ma nessuna sorpresa se tra sei mesi, con l’aggravarsi della crisi sociale e delle paure legate a guerra e pandemia, dovesse arrivare al 30%.


Dopo di che è anche vero che Conte sta pagando con gli interessi gli equivoci che egli stesso ha alimentato ai tempi dei suoi due governi. Era già allora un uomo di parte, ma preferiva fare l’equilibrista presentandosi nei panni del civil servant. Riuscì ad essere capo di due opposte maggioranze parlamentari, qualcosa di mai accaduto nella storia repubblicana, spacciandosi per quel che non era (un tecnico estraneo e superiore ai partiti) e facendosi forte di quel che in effetti è per costituzione e formazione (un abile navigatore di tarda scuola democristiana). Non si era reso conto di quel che significa entrare ufficialmente nell’agone politico come esponente esplicito di una fazione: si perde l’aura nobile dello statista e si diventa l’avversario di tutti gli altri. Un cambio di ruolo che Conte ha faticato a metabolizzare, nel ricordo di quando il suo gradimento era trasversale e profondo. Forse si sarebbe dovuto mettere prima nei panni del capo-tribù.


Lo ha fatto con l’incontro di ieri, costretto da una congiuntura per lui sempre più difficile e negativa, con l’ausilio di un cahiers de doleance che trasuda, a leggerlo con attenzione, orgoglio identitario, paura del futuro immediato (leggi il voto del 2023) e vittimismo in salsa cospiratoria. L’idea che si siano persi milioni di voti a causa delle manovre dei nemici è nella migliore delle ipotesi consolatoria, oltre ad essere falsa.


Essa non tiene conto dei propri fallimenti, ad esempio sul piano del personale politico. E della perdita di capacità progettuale testimoniata anche da quest’ultimo documento, che è tutto un chiedere provvidenze pubbliche come soluzione al montante disagio sociale: statalismo del peggiore conio. Del vecchio visionarismo grillino non resta davvero nulla, sostituito da una richiesta perentoria, obsoleta persino nel linguaggio, di “discontinuità”. Puro politichese per prendere tempo. Si tratta infatti di una “discontinuità” che alle condizioni richieste, nel merito di un allargamento generalizzato dei cordoni della borsa e nel metodo di una gestione di governo più collegiale, Draghi difficilmente potrà concedere.
E dunque prepariamoci al peggio, sempre che il peggio in questo Paese sia l’ennesima crisi di governo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA