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Paolo Pombeni

Oltre le urne/ Gli estremismi che i partiti dovranno controllare

di Paolo Pombeni
5 Minuti di Lettura
Mercoledì 3 Agosto 2022, 00:24

L’accordo elettorale sottoscritto fra Calenda e Letta rientra a più di un titolo nella vicenda di lungo periodo della sinistra italiana, o, se si preferisce, della componente progressista della nostra politica. Si tratta infatti di un classico confronto fra il riformismo e il massimalismo, che sono due anime sempre presenti in quel campo.
La relativa specificità è la sua convivenza all’interno di uno stesso partito, in questo caso il Pd. Specificità relativa perché la si era già vista all’opera ai tempi del primo centrosinistra negli anni Sessanta del secolo scorso all’interno del Psi (e in parte, con altra connotazione, nella Dc) e in tempi più recenti nell’Ulivo e poi nell’Unione sotto la guida di Prodi.
Calenda ha posto a Letta, in termini invero abbastanza politicisti, la questione di chiarire se il Pd volesse o meno prendere posizione su questioni spinose implicite nell’apertura all’estrema sinistra, come le politiche energetiche, quelle fiscali, quelle sullo sviluppo economico. 
Lasciamo da parte per un attimo la personalizzazione folkloristica degli scontri e badiamo alla sostanza, che non sta nel rapporto con piccoli partiti invero non molto significativi, ma nella presenza all’interno del partito democratico di una cospicua componente che con le ideologie del massimalismo non vuole rompere, in parte anche perché le condivide. 
Il partito di Letta governa in varie contesti locali con esponenti dell’area massimalista, che si autodefinisce come la vera sinistra senza che esso abbia il coraggio, che in verità i vecchi comunisti avevano ai tempi d’oro, di negare loro la qualifica di sinistra razionale.
Tutti sanno che il vecchio detto del «niente nemici a sinistra» è un mantra duro a morire da quelle parti, ma non si può sottovalutare il fatto che incamminarsi su quella strada pone non pochi problemi, che non sono solo quelli di “spaventare” il consenso che si può acquisire dai moderati, ma piuttosto il prezzo che si paga a dar spazio agli utopismi che poi presentano i conti una volta si riuscisse ad andare al governo.
La soluzione del dilemma nella tradizione di certa sinistra in genere si trova nel cercare il blocco storico contro un grande nemico: il più evocativo sarebbe il ritorno del fascismo, ma ci si può accontentare anche dell’immagine della destra antidemocratica e iper reazionaria. 
Certamente è uno strumento utile per tenere insieme le due (o più) anime del Pd, partito molto composito: serve per rimandare il confronto sui temi spinosi a dopo aver vinto le battaglie elettorali. Qualcosa di simile a suo tempo fece la Dc, partito anch’esso dalle molte anime niente affatto omogenee, ma funzionò solo fintanto che concorsero due fattori: il primo il dogma dell’unità politica dei cattolici imposto dal Vaticano, il secondo una dirigenza di grandi capacità nel tenere sotto controllo le ali più estreme. Quando quelle risorse vennero meno, sappiamo come è andata a finire.

Oggi spingere sul fronte unito anti destre pone qualche problema che non andrebbe sottovalutato. La demonizzazione dell’avversario, inclusa la tentazione di tornare sul mito del fronte antifascista, diventa pregiudizievole se si radicalizza. Essendo possibile, se non addirittura probabile, che la destra vinca la prova elettorale si metterebbe in grandi difficoltà il Presidente della Repubblica che non potrebbe far altro che dare l’incarico di formare il governo ad un esponente di quella componente, ma che verrebbe esposto all’accusa, aperta da parte degli esagitati, latente da altri, di aver consegnato il Paese alla reazione, se non addirittura al nuovo populismo fascistoide. Anche questa una vicenda già vista nell’ultimo ventennio e che non ha portato vantaggi al nostro sistema politico.
Calenda, cercando di intestarsi la tradizione del progressismo moderato (se poi riuscirà a darle la corposità necessaria, lo vedremo), ha assolto un ruolo nel richiamare il maggior partito della tradizione della sinistra alla necessità di lasciar perdere con le obsolete ideologie dei “campi larghi” invitandolo a schierarsi esplicitamente sui temi e sugli obiettivi che l’esperienza del governo Draghi lascerà in eredità ai vincitori della competizione elettorale, ma anche, sarà bene non dimenticarlo, a quelle forze che li contrasteranno dall’opposizione (sperabilmente con una adeguata forza, perché è questa dialettica che rende forti le democrazie).
Letta deve però raccogliere questa sfida che ha sottoscritto con un certo coraggio. Non si illude certo, essendo un politico sperimentato, che i massimalisti fuori, ma soprattutto dentro il suo partito si arrenderanno ad una nuova declinazione della politica che li ridimensiona non poco. 
Può darsi che nell’immediato, di fronte al rischio di un cattivo risultato elettorale trangugino il rospo (sebbene i massimalisti siano poco inclini al realismo), ma rialzeranno le loro pretese, vuoi che le urne li collocassero nell’area di governo, vuoi che li mettessero all’opposizione. 
E’ un rischio da non sottovalutare, data l’estrema delicatezza della fase che a livello interno e internazionale si aprirà dopo i risultati del 25 settembre. Sono tempi in cui non ci sarà bisogno di fughe nelle utopie dei massimalisti (che arriveranno cospicue anche da destra), ma di molta razionalità politica. 
Il chiarimento e il dibattito vanno aperti subito ed è da sperare che non siano lasciati alle pulsioni della classe politica ma coinvolgano a fondo le strutture sociali, economiche e culturali del Paese.

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