Questione romana/Il piano di crescita che è necessario per la ripartenza

Lunedì 26 Ottobre 2020 di
Questione romana/Il piano di crescita che è necessario per la ripartenza

Parliamo di “Questione romana” non per vezzo, ma per sottolineare il fatto che Roma è oggi uno dei principali temi nazionali, per quanto possa trovare soluzione solo da dentro le forze della città. Per capire quale politica serva a Roma, bisogna dunque guardare al Paese: non esiste alcun “eccezionalismo”: Roma è Italia più di quanto Londra o Parigi siano il Regno Unito o la Francia; Roma è una grande metropoli, nessun localismo autosufficiente è possibile. 


Dobbiamo allora leggere gli scorsi dieci anni e tenere a mente le sue lezioni per il futuro, perché i tre principali approcci politici del recente passato sono stati capaci di conseguire al massimo vittorie molto parziali.
Si è cominciato il decennio con la saggezza dei professori. Per una stagione, Monti e il suo governo ci hanno dato l’impressione che potessimo risolvere i nostri problemi con la forza della competenza. Ma durò poco: fu presto chiaro che la tecnica non può compiere scelte politiche che vengono determinate dal dialogo tra interessi e valori, e la politica è la sostanza della democrazia.

La reazione del Paese contro alcuni di quei protagonisti fu poi sproporzionata, e anche dimentica dell’abisso – e della troika – che ci fu evitato grazie a loro. 
In una seconda fase, più lunga e coinvolgente, ci sembrò che la soluzione fosse quella di un leader carismatico, capace di imporre scelte con decisionismo. Fu una strada che per un periodo raccolse molti sostenitori e ottenne dei risultati positivi. Ma il leaderismo si avviluppò presto, infrangendosi contro una reazione popolare avversa, anch’essa sproporzionata. Il decisionismo generò molti conflitti, in buona parte inutili; inoltre, in democrazia le decisioni prese senza una condivisione negli obiettivi sono spesso errate, hanno la vita breve ed effetti limitati. 
La politica del leader carismatico e quella dei competenti sono entrambe basate su un errore di fondo, l’idea che i cambiamenti siano impopolari e vadano quindi imposti su una popolazione refrattaria. La nostra storia dice altrimenti: le riforme di cambiamento generano sempre opposizione, ma si affermano con effetti duraturi solo con il dialogo e la condivisione. Un esempio? Le riforme per l’obbligo scolastico culminate con la legge del ’62: vasti strati della popolazione le consideravano una ingerenza perché le famiglie volevano mandare i bambini a lavorare, ora è un caposaldo indiscutibile della nostra civiltà.


L’ultimo tentativo del decennio è stato quello simboleggiato dall’amministrazione Raggi: dare fiducia a un gruppo di persone chiaramente privo dell’esperienza necessaria per un compito così gravoso. Fu una reazione allo spettacolo indecoroso dato dai partiti tradizionali, caratterizzati da corruttele insopportabili. Bisogna dar atto alla sindaca e al suo gruppo di aver interrotto quelle spirali negative. Ma, date le premesse, nessuno si aspettava da Raggi grandi risultati e infatti ha provato ad essere l’amministrazione della piccola manutenzione. 
Il problema è che a Roma non basta: senza una comprensione profonda dei grandi cambiamenti necessari, senza grandi progetti, anche la piccola manutenzione fallisce, come dimostra l’infinita saga degli autobus che prendono fuoco.


Oggi Roma ha bisogno di grandi e profondi cambiamenti: un maggiore decentramento negli assetti istituzionali (che si possono innovare anche se la legge nazionale non dovesse arrivare); nuovi modelli di impresa delle aziende di servizi pubblici; grandi trasformazioni urbanistiche secondo assi di sviluppo economico per usare il Recovery Fund come base di vent’anni di crescita; nuove politiche di inclusione sociale che non si limitino a misure residuali per il disagio estremo, ma che intervengano a 360 gradi in tutti gli ambiti della vita cittadina, dall’urbanistica all’edilizia scolastica alla cultura. 


Allora, con le lezioni degli scorsi dieci anni ma guardando ai prossimi dieci è chiaro che la possibilità di riuscire a raggiungere almeno qualcuno di questi cambiamenti passa necessariamente per una politica espressione di una profonda condivisione con la città e con i protagonisti che la abitano. La città ha progetti e competenze, e naturalmente esprime interessi e valori. Bisogna fare leva su questi ultimi, senza temere i primi: tutti siamo detentori di qualche piccolo o grande interesse e nessuna politica nasce nel vuoto, ma al contrario è dalla città, dalle associazioni, dalle imprese e dalle persone che il cambiamento prenderà forma, oppure no. Per questa ragione senza inclusione, capacità di dialogo e soprattutto condivisione di strumenti e obiettivi, ogni discorso di cambiamento sarà solo una illusione retorica dalla breve durata.


Il decennio è finito con grandi consensi registrati da due leader diversissimi per biografie e temperamenti, i presidenti Gentiloni e Conte che pur nella loro diversità condividono tuttavia una attitudine totale al dialogo e alla condivisione, che mai va scambiata per debolezza o arrendevolezza. Questo dà la dimensione e la direzione, io credo, dell’approccio politico che può far conseguire risultati duraturi.

 

 

Ultimo aggiornamento: 11:02 © RIPRODUZIONE RISERVATA