Oltre il voto su Salvini/I tre errori della politica che rinnega se stessa

Venerdì 14 Febbraio 2020 di
Oltre il voto su Salvini/I tre errori della politica che rinnega se stessa
Il primato della politica è un’espressione desueta. Ma l’autonomia della politica è uno dei traguardi della modernità che non merita di essere messo in discussione, figuriamoci di venire negato. Eppure il succo della vicenda Gregoretti in Senato è proprio questo. Ovvero la deriva pericolosa che s’imbocca quando si affida alla magistratura - e in pochi hanno il coraggio di contrastare il trend per paura della furia popolare e temendo i fulmini dell’ideologia codificata a sinistra dal tempo della cosiddetta Mani Pulite - la facoltà di sindacare un atto di governo compiuto da chi è stato delegato a fare proprio quello: le scelte strategiche di una nazione.

La politica non può giocare con la giustizia e la giustizia non può giocare con la politica: questo assunto andava rivendicato e praticato in aula. E invece, una serie di errori ha innescato la ritirata parlamentare dal principio secondo cui un ministro - di qualunque colore e di qualunque segno - può e deve esercitare il compito fondamentale della difesa dei confini del Paese, senza essere sottoposto al giudizio di legittimità e di correttezza delle procure. Se ha commesso errori o se le sue strategie si sono rivelate inefficaci, è giusto che ne risponda davanti agli elettori.
Il punto è che la politica che si fa espropriare, per debolezza o per interessi di bottega, tradisce la sua funzione.

E compie a sua volta un’espropriazione della volontà popolare, quella che dà il mandato politico e lo toglie in sede elettorale. Salvini prima con il «processatemi subito!» (al tempo del caso Diciotti) e poi con il «votate a favore per il processo Gregoretti» (in Giunta, il 20 gennaio, così da spianarsi la strada da vittima alla vittoria in Emilia Romagna che non c’è stata) ha cominciato populisticamente ad arretrare dalle sue prerogative di autonomia del politico. Per poi ora scoprire in ritardo, e in maniera contraddittoria, quanto invece siano cruciali. E lo sono talmente che ha buon gioco Casini nel dire: attenzione, non possiamo affidare il giudizio sull’azione di governo ai togati, perché sennò quello che oggi accade a Salvini un domani potrà accadere a Zingaretti o ad altri.

Poco importa se poi sarebbe stato mandato a processo oppure no, quel che doveva importare a tutti compreso Salvini è che non si può svilire la funzione propria di un uomo di governo e insieme quella del Parlamento con un atto di resa democratica e giurisdizionale, nella speranza che politicamente convenga.

Così come il capo leghista, ma in maniera opposta e speculare alla sua, la maggioranza di governo gioca impropriamente con la giustizia a fini politici, ricorrendo ai pm per sbarazzarsi del nemico, riaprendo un vulnus a cui l’Italia purtroppo è abituata. Alla fine due populismi di colore diverso hanno originato un giustizialismo al quadrato.
Agli errori se ne aggiunge un altro. Quello del governo. La sua assenza in aula segna il trionfo, oltre che del pilatismo, della deresponsabilizzazione di una compagine e di un premier, ex e in carica, che sfugge alla domanda clou: cioè quella se se lui sapesse oppure no come si stava intervenendo con la nave Gregoretti. Se mai ci sarà il processo, del resto, che cosa risponderebbe il premier visto che non ha impedito al suo ministro di operare nel bene o nel male? 

Alla radice di tutto, manca quella che dovrebbe essere un’ovvietà: in politica si può sbagliare, ma le strategie di contrasto all’immigrazione clandestina sono una competenza di esclusivo dominio dei governi. Come ha riconosciuto perfino la procura di Catania. La confusione delle funzioni priva la politica della sua ragion d’essere, ossia della libera possibilità di decidere dentro un perimetro di regole, e concede alla magistratura un ruolo improprio e totalizzante. 

Così come - e lo insegna Dante nel De Monarchia, non a caso finito nell’Indice dei libri proibiti - l’autonomia del potere politico da quello spirituale è la quintessenza della laicità, lo stesso dovrebbe valere per l’autonomia del potere politico rispetto al potere giudiziario. Se ci fosse una società davvero liberale.



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