Semplificazione, la ministra Dadone: «L'Intelligenza Artificiale snellirà la pubblica amministrazione»

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di Andrea Bassi
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Martedì 22 Dicembre 2020, 12:26 - Ultimo aggiornamento: 12 Maggio, 15:30


Ministro Dadone, la digitalizzazione della Pubblica amministrazione è uno dei capitoli principali del Recovery Plan. A questa voce verranno destinati circa 10 miliardi. Per fare cosa esattamente?
«Sono diversi gli obiettivi inseriti in una visione di insieme che comunque sta già dando i primi risultati concreti. Intanto, il digitale deve essere leva cruciale per una forte semplificazione, dunque puntiamo sulla reingegnerizzazione dei processi e dei flussi di lavoro, anche attraverso lo sviluppo e l’utilizzo di applicazioni basate sull’Intelligenza artificiale. Poi ci sono i data hub per i servizi di interconnessione e lo scambio di informazioni tra le amministrazioni. Non possiamo nemmeno dimenticare il fascicolo digitale del dipendente pubblico, con la sua storia formativa e di servizio. Infine, la digitalizzazione servirà anche allo sviluppo organizzativo del lavoro agile e dei Poli territoriali avanzati come luoghi di co-working, formazione, scambio virtuoso di esperienze tra enti e selezione del personale».


Dotare di strumenti non basta. Uno dei nodi della Pubblica amministrazione, come riconosce lo stesso Recovery, è il capitale umano. L’età media dei dipendenti è alta, ormai supera i 50 anni. Di quanti innesti di giovani avrebbe bisogno la Pa, e con quali competenze?
«Abbiamo già impostato procedure più snelle e totalmente informatizzate per i nuovi concorsi, cercando di valorizzare i nuovi profili di cui la Pa ha bisogno. E sono già partiti alcuni bandi che esaltano le competenze digitali e linguistiche accanto a quelle giuridiche tradizionali, concorsi che danno al tempo stesso rilievo alle soft e life skill. Dobbiamo innestare giovani, ma non punto a una sostituzione meccanica uno a uno: vanno immesse lauree “stem”, ingegneri, progettisti, sistemisti informatici, analisti di dati. Insomma, la Pa deve aprirsi davvero all’innovazione e all’era dei big data». 

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Eppure i concorsi restano al palo. Si va avanti con lo scorrimento delle graduatorie di selezioni chiuse da anni. Non è una contraddizione? Nel Recovery si parla di semplificazione delle procedure concorsuali, di che si tratta?
«I nuovi concorsi erano già partiti. Contiamo naturalmente che l’andamento del contagio ci consenta di riprendere quanto prima a svolgere le prove. Faccio notare, al tempo stesso, che le graduatorie stanno andando via via a scadenza naturale e, a regime, la loro validità è ridotta a due anni. Nel frattempo, stiamo ragionando su soluzioni di ulteriore informatizzazione e remotizzazione, per dire così, delle prove».


Lo smart working ha permesso alla Pubblica amministrazione di non bloccarsi durante la pandemia. Ma sul dopo i dubbi restano tanti. La mancanza delle dotazioni informatiche e delle competenze per i dipendenti. Ma soprattutto le imprese lamentano un calo della capacità di risposta delle amministrazioni. È così?
«Le amministrazioni hanno mostrato, in generale, una grande capacità di reazione e spirito di abnegazione. Nella prima fase, l’alternativa al lavoro agile d’emergenza, voglio ricordarlo, sarebbe stata abbassare del tutto la saracinesca. Chiaramente, abbiamo visto eccellenze e problemi, una situazione a macchia di leopardo. Tuttavia, è sufficiente ricordare che l’Inps in 11 mesi di quest’anno, facendo molto smart working, ha autorizzato 4 miliardi di ore di Cig contro meno di un miliardo dell’intero 2009, primo anno della crisi finanziaria precedente. Oppure i Comuni che stanno iniziando a fare largo uso dell’intelligenza artificiale. O ancora Regione Lombardia che sta completando la digitalizzazione degli archivi in sinergia con Formez. Nel frattempo, peraltro, gli acquisti in tecnologia per le Pa sono cresciuti di 135 milioni nei primi 10 mesi del 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019 e abbiamo agevolato gli iter di approvvigionamento di dispositivi, applicativi e servizi cloud. Il nostro monitoraggio dice comunque che un dipendente in lavoro agile su due ha utilizzato strumenti forniti dalla sua amministrazione. Il cammino è ancora lungo e i numeri devono migliorare, certo, ma la strada è segnata». 
Con lo smart working il lavoro dipendente somiglia sempre più al lavoro autonomo. Devono cambiare i sistemi di valutazione e, magari, anche quelli di retribuzione dei lavoratori?
«Il decreto ministeriale con le linee guida del Pola, che abbiamo da poco adottato, fornisce indicatori di monitoraggio utili alla dirigenza sul fronte sia della performance organizzativa che individuale. Sicuramente, gli obiettivi dovranno essere ricalibrati e le valutazioni saranno a più breve scadenza. Lo smart working comporta uno scambio tra autonomia e responsabilità, per cui ogni dipendente sarà maggiormente giudicato per i risultati che ottiene in termini di qualità del servizio reso. Basti pensare che tra gli indicatori di impatto esterno, per esempio, c’è la riduzione delle file dell’utenza agli sportelli. Dall’altra parte, a valle della contrattazione e della fisiologica discussione con le sigle sindacali, contiamo di poter riversare sugli stessi lavoratori i risparmi economici che il lavoro agile determina, per esempio in termini di premi alla produttività». 
Uno dei temi sui quali punta il Recovery, è la semplificazione. Vari decreti che portano questo nome non sono bastati a fare passi avanti sostanziali. Come procederete?
«Il decreto Semplificazioni ha rappresentato un primo passo importante, basti pensare alle norme di snellimento per la posa della fibra ottica o al pacchetto sulla digitalizzazione dei servizi. Ma semplificare è una pratica faticosa e quasi quotidiana, che va condivisa con Regioni ed enti locali: non si può pensare di farlo dai palazzi romani con la bacchetta magica».
Lei di recente ha pubblicato un’agenda per la semplificazione. Tra le altre cose viene detto che ci sono 50 procedure “critiche” da semplificare. Quali sono le principali?
«L’Agenda è una vera e propria road map con azioni, obiettivi e tempi chiari che ha bisogno di una piena sinergia tra i livelli di governo. Servirà, e stiamo già lavorando, una valutazione tecnica e un accordo con le amministrazioni centrali coinvolte e con le autonomie. Sicuramente ci riferiamo a interventi su settori chiave per il rilancio del Paese, come banda ultra larga, transizione green ed edilizia».
Di quanto potrebbe aumentare il Pil, secondo le vostre simulazioni, l’efficientamento della Pubblica amministrazione?
«Il calcolo non è semplice, data la molteplicità dei fattori che entrano in gioco a determinare l’efficienza della Pa, il suo output e i suoi variegati rapporti con il settore privato. Tuttavia, è notevole la dimensione dell’impatto macroeconomico. Parliamo certamente di alcune decine di miliardi di euro di ricchezza ogni anno che dobbiamo assolutamente recuperare». 
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