Cie, l'odissea negli uffici dell'Anagrafe dove altelefono non si risponde

Cie, l'odissea negli uffici dell'Anagrafe dove altelefono non si risponde
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Mercoledì 2 Novembre 2022, 11:06 - Ultimo aggiornamento: 9 Novembre, 18:56

Non sappia la sinistra quello che fa la tua destra.

Al Comune di Roma hanno preso alla lettera la parola evangelica, ma forse hanno esagerato.

Concluso il tortuoso iter di prenotazione per ottenere la Carta di identità elettronica (Cie) arriva il momento del ritiro dell’agognato documento “che consente l’accesso ai servizi online delle Pubbliche Amministrazioni abilitate”. Avendo avuto l’appuntamento a casa di Dio (da qui forse i riferimenti evangelici?) per non aspettare sei mesi, allo sportello mi chiedono gentilmente dove preferisco che mi venga consegnata la Cie. A domicilio? Lo escludo, confesso per una prevenzione sull’efficienza capitolina. Mi propongono una scelta di tre uffici dell’anagrafe decentrati, accolgo con soddisfazione l’ipotesi di piazza Grecia (il più vicino a casa mia). Il giorno del ritiro scopro che l’ufficio anagrafe di piazza Grecia è chiuso da aprile. Possibile che gli uffici del Comune non sappiano nulla degli altri uffici del Comune? “Non sappia la sinistra quello che fa la tua destra”. Sul vetro dell’ufficio chiuso ci sono gli indirizzi di altri uffici con tanto di numero di telefono. Prima di peregrinare inutilmente prendo il telefono. Ovviamente non risponde nessuno (in qualche caso il numero di telefono viene definito “inesistente”). Stordito e scornato ritorno all’Ufficio anagrafe dove ho compilato i dati per la Cie. L’avranno restituita al mittente, visto che l’indirizzo di destinazione era impraticabile. Beata illusione. La carta non è lì. Ma sapranno dove è finita? Magara! Una gentile impiegata si mette al telefono ma anche a lei i colleghi non rispondono. Possibile? Non esiste una modalità di comunicazione diretta tra uffici? “Non sappia la sinistra quello che fa la tua destra”. Pur di allontanarmi mi assicurano che il giorno dopo mi avrebbero telefonato per dirmi l’esito dell’indagine. Silenzio. Dopo due giorni ritorno. All’Ufficio incominciano un elenco che ricorda quello farfugliato da John Belushi di fronte alla mancata moglie in “Blues brothers”: è colpa dell’Ufficio Protocollo, delle Poste, del Ministero degli Interni, del Poligrafico dello Stato. Non arrivano alle cavallette. Finalmente un trillo del telefono e qualcuno che risponde. Dall’altro capo del filo pronunciano un nome. Me lo comunicano con un misto di orgoglio e di vergogna. Mi assicurano che il mio caso sarà oggetto di una riunione per evitare che altri subiscano la stessa malasorte. Sarebbe forse sufficiente introdurre l’obbligo di rispondere al telefono.

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