Crescita a tutto tondo. Michael Braungart: «Dalla culla alla culla»

Mercoledì 30 Ottobre 2019 di Riccardo De Palo
Crescita a tutto tondo. Michael Braungart: «Dalla culla alla culla»

Michael Braungart è un chimico tedesco, classe 1958, divenuto uno dei moderni profeti dell’economia circolare. La sua idea, apparentemente banale, ma rivoluzionaria, è che gli esseri umani possono avere un impatto positivo, anziché negativo, sull’ambiente. Nel 1987, Braungart ha fondato la EPEA (Environmental Protection Encouragement Agency) ad Amburgo, che si occupa di realizzare il suo modello di cradle-to-cradle (“dalla culla alla culla”), un approccio biomimetico alla progettazione di prodotti e sistemi, che modella l’industria umana sui processi naturali. «Apprezzo molto - dice lo studioso - il lavoro che Il Messaggero sta portando avanti. Lo leggo: ho studiato sia l’italiano che il latino».

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Come spiegherebbe il concetto “dalla culla alla culla” alla gente comune?
«Cradle-to-cradle va oltre la mera economia circolare: riguarda il nostro ruolo su questo pianeta. Di solito, la gente è convinta di proteggere l’ambiente, mentre invece sta soltanto minimizzando i danni. Questo succede, ad esempio, quando si riduce lo spreco di acqua, o si risparmia l’energia. È come se io dicessi: “voglio proteggere mio figlio picchiandolo solo cinque volte invece che dieci”. Cradle-to-cradle distingue tra tecnosfera e biosfera. Ciò che consumiamo - cibo, pneumatici, eccetera - sostengono la biosfera, mentre elettrodomestici come la lavatrice, la televisione, sono per la tecnosfera. Alla fine non vi sono sprechi, e quindi rifiuti, perché tutto diviene “nutrimento” per una delle due sfere. Molti principi di economia circolare sono stati adottati da nazioni, e anche dall’Unione Europea, ma questo non basta».

Penso sia comunque un passo avanti non da poco.
«Vede, l’economia circolare è un modo di pensare lineare. Il medesimo oggetto, che oggi è una lavatrice, un domani potrebbe servire come componente per automobili; e la volta successiva come mobilio. È una maniera di pensare differente che risulterebbe utile in un pianeta così sovrappopolato. È questo il salto che cambierà tutto. Dobbiamo imparare a comportarci bene nei confronti della Terra, adottare una mentalità differente».
È davvero possibile conciliare la crescita economica con misure sostenibili per l’ambiente?
«Non si tratta di sostenibilità, che è una definizione triste. Per andare incontro alle necessità delle generazioni attuali, dobbiamo trovare un compromesso con i bisogni di quelle future. Io parlo d’innovazione, di qualità, di dovere. La vera innovazione non è sostenibile, altrimenti non sarebbe tale».

Come superare l’impasse?
«Un esempio tipico è un’azienda come l’italiana Aquafil, che ha sviluppato una tecnologia per riutilizzare il nylon, praticamente all’infinito: dietro ogni nuovo utilizzo si cela un progetto specifico; nulla va sprecato. Bisogna pensare all’innovazione. A nuovi modelli di business. Adesso è possibile realizzare lavatrici economiche con centocinquanta tipi di plastica».

Di cosa parlerà a Roma?
«Dirò che l’Italia è il Paese ideale per il cradle-to-cradle. Non c’è altro Paese al mondo che possa comprendere meglio la differenza tra efficienza ed efficacia. Pensi alla moda. La moda non è efficiente, è efficace. Questo è importante perché nel Nord Europa la gente cerca di essere più efficiente e quindi fanno la cosa sbagliata. L’Italia, invece, è il Paese ideale, perché, anche per cultura e stile di vita è aperta alla vera innovazione».

Un esempio?
«Dobbiamo arrivare a realizzare un tipo di nutrizione differente: se mangiassimo alghe o funghi, avremmo a disposizione l’80% di proteine. Invece, mangiando carne bovina, se ne assumono solo il 20%. Puoi concederti la carne bovina la domenica, ma l’hamburger quotidiano non ha senso, ed è l’alimento meno sano che si possa mangiare». 

Lei è un chimico, è stato anche un attivista di Greenpeace ed ha pure vissuto su un albero: ci potrebbe spiegare la ragione?
«Sì, sono stato anche uno dei membri fondatori di Greenpeace Italia, poi, sì, ho vissuto su un albero per un breve periodo, alla Biennale Architettura di Venezia nel 2016. Il mio intento era dimostrare come un edificio possa essere concepito diversamente. Non limitandosi quindi a ridurre il consumo energetico, ma ripulendo l’aria, sostenendo la biodiversità, cambiando colore con le stagioni».

Ha letto “Il barone rampante” di Italo Calvino?
«Sì, certo. In Europa ogni anno perdiamo 700.000 vite a causa dell’inalazione di polveri sottili. E vorrei dimostrare come possiamo costruire edifici che supportino la vita, invece di minimizzare i danni. Creare edifici che possano depurare l’aria. Possiamo progettare automobili come “veicoli neutrali”, i cui componenti siano riutilizzabili all’infinito. Una sorta di banca dei materiali».

Una forma di riciclaggio?
«Non si tratta di riciclaggio. Guardi, da un certo punto di vista Donald Trump è un bugiardo più onesto di noi. Chiamiamo riciclaggio, impropriamente, ad esempio, quello dei telefoni cellulari, dei quali, dei circa 41 componenti, solo una parte infinitesimale, circa 5, è riciclabile. Quindi non esiste riciclaggio. Dai nostri “veicoli neutrali” prendiamo componenti utili alla costruzioni di edifici. Un altro aspetto importante da considerare è come creare un’agricoltura che sostenga la vita, anziché limitare solo i danni».

Di che si tratta?
«Di un’agricoltura realizzabile con terriccio derivato dagli alberi. Adesso si tende ad avere un’agricoltura che predilige il consumo energetico. E ciò non ha senso. Alcune coltivazioni, come il mais, con i sistemi odierni, prosciugano alla lunga il terreno di almeno 40 tonnellate di humus per ettaro. E ci ritroviamo con un’agricoltura che consuma dieci calorie d’energia per ogni caloria di cibo prodotto. Non ha assolutamente senso, se si vuole minimizzare il carbon footprint».

Ci parla del suo libro “The Upcycle” e come riciclare con maggiore efficacia?
«Riciclare non è abbastanza. Bisogna ambire al livello superiore. Conoscere meglio i prodotti al fine di creare upcycling, innovazione e non semplice riciclaggio».

Quali progetti sta portando avanti EPEA, l’organizzazione da lei fondata?
«Ha parecchie responsabilità. Principalmente si focalizza sull’insegnamento e sulla ricerca scientifica del cradle-to-cradle, sui nuovi approcci di modelli di business, il cui utilizzo e la cui percezione cambiano sia per le industrie che per i fruitori. Il settore più accessibile, al momento è la moda, con compagnie italiane, principalmente a Milano, che rivestono un ruolo chiave nel produrre stoffe “sane”».

Lo studio della chimica ha influenzato la sua visione, il suo modo di pensare?
«Provengo da una famiglia molto istruita, in cui è tradizione studiare arte, filosofia, storia, ma non chimica. Ora torno a Roma, dove nel 1972 conobbi Aurelio Peccei (imprenditore fondatore del Club di Roma, ndr), che mi ha iniziato all’Italia e che ho ammirato per tutta la vita. È stato lui a fornirmi una buona ragione per spiegare alla mia famiglia perché studiare chimica avesse senso».

Dicono che siamo nell’era dell’antropocene, la prima in cui gli esseri umani stanno incidendo sul pianeta. Cosa possiamo fare invertire rotta?
«Dobbiamo cominciare ad apprendere dalle altre specie, per esempio dalle formiche o termiti. Rapportati al numero di formiche, noi non siamo troppi. Se imparassimo a comportarci come loro, potremmo tranquillamente essere 20 o 30 miliardi, su questo pianeta»

Ultimo aggiornamento: 11:36 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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