Kamala la donna più odiata sui social, il caso apre un (altro) dibattito sul ruolo di Facebook e la democrazia

Kamala la donna più odiata sui social, il caso apre un (altro) dibattito sul ruolo di Facebook e la democrazia
di Franca Giansoldati
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Venerdì 26 Febbraio 2021, 08:55

Che gli odiatori della rete siano tendenzialmente misogini e privilegino i bersagli politici di sesso femminile è ormai sotto gli occhi di tutti, in ogni paese non passa giorno che non vi siano tristi esempi di questo fenomeno. In Italia ha fatto affiorare casi eclatanti, a prescindere dal colore politico delle vittime di pesanti offese, da Laura Boldrini a Giorgia Meloni. Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna il fenomeno è stato oggetto di studi incrociati ed è emersa che la vice presidente Kamala Harris detiene il triste primato di essere stata finora la più offesa, vilipesa, minacciata. L'anno scorso, poco dopo che Biden annunciò di voler scegliere una donna per la vice presidenza, una deputata democratica, Jackie Speier, avvertì subito i dirigenti di Facebook che il pericolo era imminente, che bisognava fare qualcosa, perchè ormai era chiaro che, a qualunque latitudine, i politici di sesso femminile ricevono gli attacchi online più vili. E naturalmente, in questa sorta di guerra sui social, i filtri adottati dalle aziende come Facebook o Twitter finora hanno fatto ben poco se non di assicurare che occorre continuare a segnalare gli attacchi e poi loro avrebbero provveduto a bloccare gli account. 

Una ricerca ha effettivamente dimostrato che le donne sono il target preferito degli odiatori. In questa classifica, almeno negli Usa, il primato negativo al momento è della Harris, probabilmente anche per il colore della pelle visto che il profluvio di contumelie fa riferimento non solo al sesso ma alle sue origini. 

«L'abuso diretto alle donne è altamente personalizzato, spesso vengono attaccate sulla base del loro aspetto e denigrando la loro intelligenza, e si capisce che dovrebbero lasciare la politica e non appartenere più allo spazio pubblico», ha sintetizzato Cecile Guerin, una ricercatrice di Londra dell'Istituto per il dialogo strategico, un think tank che cerca di contrastare l'estremismo, la disinformazione e la polarizzazione. 

La ricercatrice non solo ha dimostrato che le donne politiche negli Usa sono fino a tre volte più esposte ai commenti denigratori su Twitter rispetto ai colleghi, ma che alla base c'è un vulnus alla democrazia. «Certamente anche questo scoraggia tante donne dall'impegnarsi in politica».

Lo stesso fenomeno negativo era stato studiato per i membri femminili del Parlamento britannico, anch'esse bersagliate da minacce e offese, nel tentativo di non farle candidare alla rielezione nel 2019. 

Attualmente gli attacchi online contro la Harris, ora che è vicepresidente, sono monitorati dai servizi segreti. Il suo caso è ormai nazionale. Facebook e altri social media stanno rimuovendo tanti contenuti molesti, ma le aziende hanno ammesso che tanti post sfuggono ai filtri, in particolare quei commenti sarcastici, allusivi, quasi in codice. Gli algoritmi e i filtri automatici alimentati dall'intelligenza artificiale non riescono a individuarli. Per esempio se si postano immagini di gusci di uova vuote e vengono accostate a donne sui 30 anni che non hanno figli, si insinua subdolamente che sono sterili e amareggiate. Una allusione impolicita al fatto che Harris non ha figli. 

Di fatto Harris è stata presa di mira nel 78% dei post, più di altre donne di colore che hanno cariche pubbliche come Alexandria Ocasio-Cortez di New York e Ilhan Omar del Minnesota. Il dibattito è stato avviato e ormai è chiaro a tutti che non si tratta più tanto di attacchi personali, ma di qualcosa che va a finire dritto nei meccanismi della democrazia. 

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