La sfida su clima e diritti delle giovani amazzoni, è l'ecofemminismo che avanza

La sfida su clima e diritti delle giovani amazzoni, è l'ecofemminismo che avanza
di Franca GIansoldati
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Sabato 6 Novembre 2021, 09:20 - Ultimo aggiornamento: 14:45

Davanti ai cambiamenti climatici le nuove amazzoni ambientaliste si stagliano come giganti per difendere anche l'uguaglianza tra i sessi. È l'eco-femminismo che avanza con una proposta orientata al cambiamento e alla cura della nostra casa comune.


Sono attiviste, spesso giovanissime, che coniugano biodiversità e ambiente ad una visione più inclusiva e meno patriarcale della società, dove prevale la prospettiva di un futuro capace di garantire a maschi e donne uguale accesso a risorse e opportunità. Basta vedere cosa è accaduto alla Cop26 di Glasgow: la difesa dei valori e dei diritti femminili si è mescolata alla salvaguardia della natura in modo trasversale, a ogni latitudine del pianeta, in modo autonomo e straordinariamente spontaneo.
IL GRIDO
Dal Kenya al Canada, dall'Irlanda alla Germania, dall'Italia all'Indonesia, dall'India al Giappone. Persino dall'Amazzonia, il polmone verde del pianeta, decimato da un disboscamento intensivo che dura da decenni, il volto più rappresentativo è quello di Sonia Guajajara, brasiliana. È lei che nei meeting ai margini del vertice sul clima non ha fatto mancare la voce disperata delle trecento comunità a rischio di estinzione nell'immenso oceano verde minato dalle lobby locali, dalle multinazionali, dagli interessi più o espliciti dei nove stati della regione pan-amazzonica, un'area grande quanto l'Europa intera. Sonia porta con fierezza i tatuaggi che ricamano il suo viso, segni di potere e autorevolezza. «Posso dire che non esiste né protezione, né tutela sui territori delle nostre comunità. La soluzione alla nostra sopravvivenza è legata a doppio filo con la soluzione alla crisi climatica».
Sonia è a capo di ABIP, un acronimo che sta a indicare la rete dei popoli indigeni brasiliani. «Abbiamo urgente bisogno di salvare le nostre terre e proteggere le nostre vite». Il grido delle donne col tempo ha acquisito autorevolezza e si è mescolato ad altre attiviste dando vita a reti femminili orientate all'ecologia e, al tempo stesso, alla valorizzazione delle donne. Sulla scena internazionale ovviamente non c'è più solo Greta Thunberg, simbolo molto mediatico di una generazione alla ricerca di futuro. Nelle retrovie, spesso nel silenzio, l'azione femminile va avanti attraversando il pianeta con figure simboliche e di peso. In India la piccola Licypriya Kangujam, testimonial di un movimento che dallo stato di Manipur sta facendo proseliti.


I Friday for future hanno fatto miracoli. In Italia Alice Imbastari - ha parlato al Cortile di Francesco del 2019 - condivide il bisogno di fare rete, pensare che uomini e donne debbano avere stesse opportunità, con la spontaneità disarmante della sua giovanissima età. Il futuro parte da loro.


Leah Namugerwa, ha 17 anni e vive a Kampala, la capitale dell'Uganda. Ha iniziato a battersi per piantare tanti alberi, mettere al bando la plastica e per difendere l'accesso allo studio delle bambine. In Nuova Zelanda è seguitissima la maori bianca: India Logan Riley. Sul suo braccio ha tatuato uno squalo bianco, simbolo di determinazione. Non ha paura a prendere la parola, creare reti, stringere relazioni per combattere i cambiamenti climatici, tutelare la biodiversità, superare le disparità sociali. Nelle Filippine, invece, la figlia adolescente di un pescatore, Marinel Ubaldo da anni denuncia l'ingiustizia climatica mettendo in evidenza che saranno i luoghi più poveri della terra a pagare per le attività produttive che provengono dai luoghi più ricchi, e che in questo contesto le donne potrebbero fare di più. Molte di queste giovani attiviste appartengono a minoranze, come Autum Peltier, nativa canadese, diventata il capo della Commissione acqua di un gruppo di popoli indigeni dell'Ontario. Negli Usa, c'è Haven Coleman, in Gran Bretagna, Nadia Sparkers.
NUOVI MODELLI
In Francia il fenomeno delle donne che riscoprono i diritti attraverso il green è oggetto di studi da parte di Sandrine Rousseau, una economista membro di Europe Ecology, candidata alle presidenziali. L'altra studiosa si chiama Delphine Batho, è una parlamentare verde. Entrambe hanno dato vita ad una riflessione che ruota attorno al concetto di eco-femminismo, riferito a un mutamento profondo dell'ecologia politica fino ad adesso osservata.


Se in politica le donne sono ancora ai margini, spesso ancorate alle quote rosa, in fatto di ambiente si stanno scoprendo numerose e capaci di cogliere al volo i segnali di un cambiamento profondo. Una sorta di femminismo di terza generazione maturato sul percorso ecologista che porta avanti modelli moderni e nuovi.


Donna e natura, un filo che unisce una corrente di pensiero in crescita. Il filosofo francese Dominique Bourg ha sintetizzato che l'eco-femminismo pone questioni chiave davanti alla distribuzione iniqua del lavoro tra maschi e donne in un mondo che dispone già di meno energie. È anche per questo che Mary Robinson, prima presidentessa donna irlandese e già Commissario Onu per i diritti umani è convinta che il cambiamento climatico richiede «una soluzione femminista».

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