Luca Cifoni
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Luca Cifoni

In Costituzione il pareggio di bilancio non basta più. Solo per noi

Giovedì 18 Aprile 2019
L'obbligo del pareggio di bilancio è stato introdotto nella Costituzione nel 2012, in piena emergenza finanziaria. Allora la cosa filò abbastanza liscia, mentre negli anni successivi le voci contrarie si sono moltiplicate: il pareggio è diventato secondo i suoi critici il simbolo di una politica del rigore ottusa quanto inefficace. Ora c'è una novità: dal 2020, a seguito di una decisione della Commissione europea, il vincolo per il nostro Paese diventerà ancora più stringente, trasformandosi di fatto in un avanzo. Prima di spiegare perché, conviene forse ricordare come è stato applicato finora questo obbligo.

Innanzitutto va tenuto a mente che la Costituzione non impone il pareggio in termini nominali, ossia una differenza tra entrate e uscite totali pari a zero. Il saldo che deve essere in equilibrio è quello strutturale, cioè determinato escludendo gli effetti negativi del ciclo economico: l'idea (anche se il calcolo effettivo è più complicato e pure controverso) è di tenere conto del fatto che i periodi di crisi provocano quasi automaticamente una serie di maggiori spese e di minori entrate allontanando il pareggio nominale. La legge del 2012 che ha precisato le modalità di applicazione del principio costituzionale ha individuato questo saldo nella versione adottata dall'Unione europea come "obiettivo di medio termine termine" (Omt). Occorre anche ricordare che dal 2014, anno in cui la norma è entrata in vigore, l'impegno di centrare il risultato o quanto meno di avvicinarvisi in base al percorso di convergenza deciso con la Ue non è mai stato rispettato; tanto è vero che i vari governi - come richiede la legge - hanno dovuto costantemente chiedere alle Camere di autorizzare a maggioranza assoluta lo scostamento. Nello scenario attuale, la convergenza non si concretizzerà prima del 2022.

Vediamo ora cosa è successo all'inizio dell'anno. Gli Omt minimi sono calcolati periodicamente dalla commissione europea per i vari Paesi, che poi sono liberi di fissare un obiettivo ancora più ambizioso. I parametri considerati includono anche la previsione di spesa futura legata all'invecchiamento della popolazione. Finora proprio questo elemento è stato un punto di forza per l'Italia, tale da controbilanciare in positivo il peso del debito pubblico. Ma con i più recenti scenari demografici l'effetto favorevole è venuto meno. Così per il triennio 2020-2022 avremo un Omt minimo dello 0,5 per cento, in leggero avanzo, contro il -0,5 precedente che era stato in realtà reso più stringente (pari a zero) per scelta italiana. La revisione operata a gennaio ha avuto un risultato simile solo per noi, a parte il piccolo e poco comparabile Lussemburgo. I grandi Paesi dell'area dell'euro inclusa la Spagna hanno tutti un Omt fissato a -1 per cento dunque in leggero deficit. Quello del Belgio è stato rivisto ma solo fino al pareggio, mentre la Grecia che in precedenza non aveva obiettivi essendo all'interno di un programma straordinario di rientro si è vista fissare l'asticella allo 0,25.

A questo punto si possono fare un paio di considerazioni. La prima, esplicitata dall'Ufficio parlamentare di Bilancio nella sua recente audizione sul Documento di economia e finanza, riguarda il fatto che la situazione attuale non tiene conto delle modifiche recentemente introdotte alle norme previdenziali a partire da Quota 100, che avranno l'effetto di aggravare la spesa pensionistica: in futuro quindi l'Omt potrebbe essere reso più severo proprio per questo motivo. La seconda, collegata e più politica, riguarda il principio costituzionale del pareggio di bilancio: averlo ancorato alle regole europee ha reso questo impegno meno severo (e di fatto finora inattuato). Ma siccome l'aggancio all'Omt è stabilito dalla legge in modo automatico, ora la commissione ha il potere di spostare in avanti il traguardo - per quanto teorico -  senza alcun intervento del Parlamento italiano. Ultimo aggiornamento: 14:22 © RIPRODUZIONE RISERVATA