Covid hospital, l'anestesista Younes: «A Pescara situazione disperata»

Covid hospital, l'anestesista Younes: «A Pescara situazione disperata»
di Saverio Occhiuto
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Venerdì 26 Febbraio 2021, 07:55 - Ultimo aggiornamento: 08:04

Il 17 febbraio Alì Younes, anestesista rianimatore all'ospedale di Popoli, riceve un messaggio whatsapp: «Era la foto spedita da un collega che raffigurava l'orario del mio turno di lavoro del giorno dopo. Non a Popoli, ma al Covid Hospital di Pescara». Il pomeriggio del 18 il medico di origine libanese avrebbe dovuto presentarsi lì, nella struttura sanitaria più affollata d'Abruzzo. Troppo affollata, al punto da avere spinto la procura ad aprire un'inchiesta sulla impennata dei contagi.

«Non avevo ricevuto alcun avviso dalla dirigenza Asl. Nessuna mail, nessuna lettera scritta: ho appreso del mio trasferimento a Pescara solo da quella foto». E dopo cosa è successo? «Il mio senso di responsabilità, l'etica professionale, mi hanno suggerito di presentarmi comunque sul nuovo posto di lavoro, anche se a tutt'oggi sono in attesa di una comunicazione ufficiale». Ma la disorganizzazione burocratica in tempi di guerra può anche passare sotto traccia. Il problema vero è la condizione in cui il personale sanitario delle terapie intensive e degli altri reparti Covid di Pescara è costretto ad operare: «La situazione degli anestesisti rianimatori è disperata. C'è stanchezza ma anche tanta tensione, paura. E quando lavori così, l'errore è sempre dietro l'angolo. L'ordine tassativo è di non comunicare niente all'esterno. Medici e infermieri si sfogano con me. Ho lo smartphone pieno di messaggi. Ma in quell'ospedale, se si spegne la luce per cinque minuti, volano i coltelli...».

In una settimana al Covid Hospital di Pescara, Alì Younes ne ha viste più che in una vita intera: «Il rapporto tra medici e pazienti delle terapie intensive è di 1 a 6. Quello previsto dal protocollo di riordino dell'emergenza Covid è di 1 a 4. E ci sono anche le sale operatorie dove il personale viene dirottato quando è necessario. I tubi di alcuni macchinari sono vecchi. E' stato assicurato che arriveranno presto quelli nuovi. I turni di lavoro, anche degli infermieri, sono estenuanti. La Asl ha fatto ricorso ai neo laureati, ma quando devi intubare un paziente c'è sempre bisogno di una mano esperta per spiegare come si fa».

Gli anestesisti rianimatori che operano al Covid Hospital sono una ventina circa su un organico di 58. Un pool di medici che comprende anche gli specializzandi. A Pescara il piano di riordino regionale della sanità prevede la presenza di 16 posti letto Covid in terapia intensiva: il 19 febbraio risultavano ricoverato 42 pazienti. Poi ci sono i posti letto di rianimazione approntati in fretta e furia per tamponare l'emergenza. Altra questione delicata, in quanto si tratta di reparti caratterizzati da una certa complessità, chiamati a rispondere a precisi parametri di sicurezza, monitoraggio, spazi di manovra, locali e strumenti adeguati. Alcuni ventilatori in dotazione sarebbero ritenuti poco performanti, con il rischio di severe conseguenze sul trattamento dei pazienti. Ma proprio ieri ne sono arrivati 20 nuovi di zecca per sopperire a questa carenza.

Anche l'assistenza infermieristica, come quella medica, è resa difficoltosa dalla ristrettezza degli spazi a disposizione, non rispondenti a quelli standard di un reparto di Rianimazione. «Con gli infermieri si comunica ormai con gli occhi - dice il dottor Younes -, chi ha esperienza di queste cose lo sa, ma anche loro sono allo stremo». Decidere di salvare una vita, e decidere di farlo in pochi secondi: «Scelte che non puoi caricare sui neo specializzanti alle prime esperienze, per quanto bravi e disponibili». Poi ci sono le responsabilità legali di cui occorre farsi carico: l'errore umano che può dipendere anche dai vari livelli organizzativi, non solo da chi interviene in prima linea. Da qui l'obbligo del sanitario di informare delle criticità riscontrate i propri superiori. Cosa che i sanitari del Covid Hospital di Pescara assicurano di avere sempre fatto. Certo, la pandemia non è cosa di tutti i giorni. Ma gli anestesisti rianimatori si chiedono perché non sia stato predisposto un piano per tempo, visto che con questa emergenza anche l'Abruzzo si misura ormai da un anno. Un clima esasperato di cui si fa portavoce Alì Younes, senza alcuna voglia di buttarla in politica ma ricordando quanto deve lui all'Italia che lo ha accolto nell'84 quando atterrò a Fiumicino con un volo dal Libano. 

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