Roma, gestiva una casa chiusa a Monti: signora 90enne a processo per la seconda volta

Roma, gestiva una casa chiusa a Monti: signora 90enne a processo per la seconda volta
di Michela Allegri
2 Minuti di Lettura
Martedì 14 Aprile 2015, 05:58 - Ultimo aggiornamento: 09:11

Era finita a processo già negli anni '90, con l'accusa di aver messo in piedi una casa chiusa in pieno centro, nel rione Monti. Ora però, Marisa M., un'anziana maitresse originaria di Bologna ma residente nella Capitale, è tornata in affari ed è stata rispedita sul banco degli imputati. Secondo il pubblico ministero Mario Pesci, che ne ha ottenuto il rinvio a giudizio per sfruttamento della prostituzione, la donna, che oggi ha ben 89 anni, avrebbe gestito una casa chiusa in via Cavour, proprio a due passi dal Colosseo. Per 30 euro a prestazione, i clienti di Marisa M. avrebbero ottenuto appuntamenti galanti con due ragazze colombiane che seducevano i possibili avventori passeggiando su e giù lungo i marciapiedi del centro storico.

LA SCOPERTA

A scoprire il giro di affari dell'anziana donna sono stati gli agenti di polizia. Nel 2012, durante un controllo in via Cavour, hanno sorpreso un avventore mentre varcava la porta del bordello, dopo essere stato preso a braccetto da una giovane straniera vestita con abiti succinti e appariscenti.

Durante un'ispezione, i poliziotti hanno scoperto che all'interno di un'anonima palazzina a due piani, situata nel cuore del rione Monti, si nascondeva un vero e proprio locale a luci rosse.

E a manovrare il giro di soldi era la novantenne, che gestiva orari e appuntamenti, e riforniva le ragazze di preservativi da usare all'occorrenza. A questo punto per Marisa, sempre lei, è scattata così la seconda denuncia, e la donna è finita di nuovo a processo.

A detta degli inquirenti, rispetto a venti anni fa, nel bordello gestito dalla novantenne nel cuore del rione Monti sarebbe cambiato soltanto il tariffario: all'epoca del primo arresto, la donna, allora sessantonovenne era in società con due coetanee e si faceva pagare mille lire al minuto per concedere ai clienti il "lusso" di intrattenersi con le giovani straniere che a loro volta intascavano centomila lire per la prestazione "professionale".