Ambientalismo, la sfida di Marco: da Viterbo all'Honduras per proteggere la Natura

Ambientalismo, la sfida di Marco: da Viterbo all'Honduras per proteggere la Natura
di Luca Telli
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Domenica 17 Ottobre 2021, 09:49 - Ultimo aggiornamento: 18:01

«Il tasso di umidità è fisso intorno all’80%. La temperatura media di 31°c, percepita tra i 36°/37° con escursioni minime tra il giorno e la notte. Zanzare e tarantole sono di casa. È dura per chi viene dall’altra parte del mondo, ma vale la pena esserci». Vale la pena nonostante i disagi che qui, a Utìla, Honduras, qualche migliadio di abitanti sul mar dei Caraibi, sono realtà che l’Occidente conosce ancora solo nei ricordi di una generazione in estinzione.

 La sua scelta di vita Marco Monarca, 32 anni viterbese, l’ha fatta anni fa ed ha i tratti di una conversione nel suo significato verbale originario di ‘portarsi da un lungo all’altro’. «Studiavo design, pensavo fosse la mia strada. Poi ho visto che cosa c’era dietro quella macchina che sembrava così bella e l’impatto che quel mercato produceva sul pianeta: ho scelto di non essere complice, mi sono fatto da parte e ho deciso di giocare nella squadra della Natura».

Tanti lavori in mezzo e una sensibilità nutrita di libri, approfondimenti e sostegni alla causa ambientalista fatta di scelte e rinunce: «Perché – spiega -, non possiamo aspettare che qualcun altro cambi la nostra condizione, possiamo solo rimboccarci le maniche e farlo noi stessi. Dobbiamo ritrovare il nostro significato ecologico come specie».

In Honduras c’è arrivato un mese e mezzo fa grazie alla sua università berlinese, la HNEE Hochschule für Nachhaltige Entwicklung Eberswalde dove frequenta un corso di International Forest Ecosystem Management che consiste nel formare esperti in grado di comprendere le foreste della Terra come ecosistemi e di conservarle e gestirle secondo i principi della gestione sostenibile, all’interno  di un programma, promosso da una ONG, di ripopolamento e foraggiamento di Ctenosaura bakeri: l’iguana di Utìla, specie endemica (presento solo in questa area del pianeta) la sopravvivenza della quale, circa 3000 esemplari rimasti, è fortemente minacciata dalla perdita e frammentazione dell’habitat, oltre che dal bracconaggio e dalla raccolta della uova destinate al consumo alimentare, nonostante i divieti.

«Il nostro obiettivo è quello di provare ad arginare gli squilibri che l’azione antropica crea e che sono consuetudine in molte aree del mondo. Succede perché abbiamo smesso di ascoltare la natura credendo di poterla controllare. Decidiamo a tavolino chi vive e chi no, rattoppando goffamente le falle aperte dal nostro comportamento creando i requisiti minimi per permettere a una sola specie di prosperare, la nostra».

Specie umana che dondola pericolosamente sul filo di importanti cambiamenti che ne potrebbero mettere a rischio la sopravvivenza come oggi la conosciamo. «Se credessi che non ci sia più niente da fare probabilmente non sarei qui – conclude Monarca – Tuttavia è necessario un netto e repentino cambio di rotta. L’ecosistema è una macchina che si regge sull’interazione interspecie, sulla collaborazione. Non ha bisogno del nostro intervento per funzionare. Ha solo bisogno di esistere in tutte le sue parti».

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