Montecristo, l'isola che non c'è

Domenica 23 Giugno 2013 di Francesca Nunberg

dal nostro inviato

Seconda stella a destra, cantava Bennato, questo è il cammino, e poi dritti fino al mattino. Nell’Isola che non c’è si arriva a mezzogiorno, 40 miglia nautiche da Porto Santo Stefano e 35 dalla Corsica, più di là che di qua, ed è un tuffo al cuore (senza tuffo).

Spettacolare scoglio di granito a picco nel blu, impervia, selvaggia, disegnata per gioco dalla fata Morgana, Montecristo sembrerebbe esserci, ma di fatto non c’è. È inaccessibile: solo mille persone l’anno la possono visitare e si rischiano tre anni d’attesa; dicono che a volte chi riesce a posarvi piede pianga per la commozione. È intoccabile: vietato l’ormeggio e l’ancoraggio, vietato pescare, pernottare, vietato anche solo pensare di fare il bagno; vietato fumare senza posacenere portatile. È abbandonata: da quando nel dicembre scorso l’ultimo custode ha preso l’ultima barca per la terraferma, due agenti del Corpo forestale si danno il cambio ogni quindici giorni per guidare i turisti e controllare che nulla turbi la pace di questa riserva naturalistica che più integrale non si può. Abitanti 2, registra Wikipedia.

La lista di quello che Montecristo non ha o non è potrebbe continuare, una su tutte: contrariamente alla voce di popolo, non si tratta dell’isola del conte di Alexander Dumas, che avrebbe invece ambientato le gesta di Edmond Dantès su uno scoglio nelle acque di Marsiglia, così come non viene da lì il tesoro appartenuto alla famiglia Spada citato nel romanzo, che permette al protagonista di compiere la sua vendetta.

IL TESORO NASCOSTO

Però realtà e leggende si intrecciano e un tesoro esiste anche qui: si tratterebbe dell’oro nascosto dai monaci prima della distruzione del monastero di San Mamiliano da parte dei pirati guidati dal temibile Dragut che li rese schiavi e li spedì in Africa. Nel romanzo il tesoro è nascosto in una grotta e in effetti sull'isola esiste pure quella, sotto i resti di un eremo. Chissà.

Impossibile e bella, Montecristo da sempre ha fatto tesoro della sua inaccessibilità. Chiamata Oglasa in età classica, cambiò il suo nome in Monte Christi nel medioevo e dopo fu detta Isola di San Mamiliano dall’eremita che visse qui fino al 460. Subì ripetute incursioni saracene e dalla metà del ’500 rimase disabitata. Nel 1814 Napoleone vi insediò un presidio militare, nel 1852 l’inglese George Watson Taylor la acquistò per 50mila lire dal Granducato di Toscana, trasformò Cala Maestra in un meraviglioso giardino e costruì l’edificio rosa che si vede ancora oggi; nel 1869 il Governo italiano la ricomprò per 100mila lire e la trasformò in colonia penale agricola, 30 anni dopo i Savoia vi introdussero cinghiali, capre e mufloni e ne fecero la loro riserva personale di caccia. La casetta rosa diventò Villa Savoia e fu meta del viaggio di nozze di Vittorio Emanuele III e Elena del Montenegro.

LA FOCA MONACA

Dal 1971, sventato il pericolo di trasformarla in resort esclusivo con riserva di pesca in mano ai francesi, Montecristo è diventata Riserva naturale integrale del Parco dell’Arcipelago Toscano. Con le sue capre che sembrano stambecchi, le vipere, la berta minore, un’infinita varietà di uccelli migratori e nell’acqua praterie di posidonia, anemoni marini, gorgonie, coralli, il pesce luna; fino agli anni ’70 anche la foca monaca che si vorrebbe riportare. Ora l’isola non si tocca più, risuona Guccini: «Ne parlan piano i marinai con un timor superstizioso...».

ESCHE AVVELENATE

In realtà i marinai ne parlano a voce forte e chiara. «Montecristo si difende da sola - spiega il comandante Paolo Loffredo, al timone di una delle navi ecologiche autorizzate a raggiungere l’isola - c’è un solo attracco e con il maestrale non si approda da nessuna parte, su dieci gite cinque saltano per il maltempo. Cosa bisogna fare? Niente. È stato fatto pure troppo, nell’800 è stato introdotto l’alianto, una pianta infestante che non si riesce a eliminare, due anni fa per sopprimere i ratti neri sono state gettate esche avvelenate che hanno ucciso anche gli uccelli e le capre... Solo una cosa bisognerebbe fare: rendere l’isola fruibile da tutti, i turisti sarebbero disposti a pagare un ticket, assurdo che ci si debba mettere in fila per anni».

La sua voce non resta inascoltata: «Abbiamo progetti per Montecristo - dice Giampiero Sammuri, presidente del Parco dell’Arcipelago Toscano - ristrutturare il piccolo museo e svincolare l’isola dal punto di vista energetico con pannelli fotovoltaici e mini eolico. I mille accessi? Il numero è stato indicato dal Consiglio d’Europa ma a ottobre sottoporrò la questione ai miei colleghi di Europarc: penso che l’isola possa sopportare un carico maggiore, magari fino a 2-3mila persone. Che potrebbero pagare un ticket come a Pianosa e Giannutri. Il divieto di balneazione non si tocca, ma in fondo solo il 3% delle coste italiane è vietato: possiamo resistere. Mentre sarebbe bene che tornasse il custode, sull’isola c’è sempre stato, con la moglie: la coppia rappresenta un valore aggiunto, si occupano della manutenzione, dell’orto, si potrebbe riaprire al pubblico Villa Savoia».

Il Corpo Forestale risponde che la questione è all’ordine del giorno e che forse a luglio si risolverà, mentre Goffredo, il penultimo custode, rimasto a Montecristo fino all’aprile 2009 (gli ultimi 4 mesi non pagato), dice di aver dato la sua «disponibilità a tornare». Molti dei turisti “miracolati” farebbero lo stesso.

Ultimo aggiornamento: 27 Giugno, 11:55 © RIPRODUZIONE RISERVATA