Mamma dopo un tumore più grande di una palla da golf. «Grazie a questi medici di Perugia»

Mamma dopo un tumore più grande di una palla da golf. «Grazie a questi medici di Perugia»
di Egle Priolo
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Mercoledì 31 Marzo 2021, 07:30 - Ultimo aggiornamento: 15:33

PERUGIA - L'endometriosi. Il rischio di sterilità. Poi la paura per un tumore all'ovaio di quasi 5 centimetri, più grande di una pallina da golf. E il terrore, a 38 anni, di non poter più diventare mamma. Perché per estirpare quella massa maligna la soluzione più facile è togliere tutto: tantissimo dolore ma meno rischi. «Ma mi hanno detto: “Vai in ospedale a Perugia, vai in Ginecologia, c'è Saverio Arena. E io adesso bacio la terra su cui cammina. Perchè lui mi ha salvata e mi ha dato la possibilità di avere una bambina». Inizia così il racconto di Giovanna, oggi quasi quarantenne, a pochi mesi dalla straordinaria nascita di Michela. I nomi sono di fantasia, ma di certo non la sua riconoscenza al reparto di Ostetricia e Ginecologia diretto da Giorgio Epicoco, dove «l'impegno di tutta l'equipe mi ha salvato la vita e oggi posso abbracciare la figlia che ho tanto desiderato».

La sua storia inizia nel torrido agosto del 2019. Una visita dal ginecologo, dopo anni a soffrire di dolori da endometriosi (che non è un capriccio mensile, ma una patologia anche molto grave) con la paura dell'ipotesi sterilità, le fa scoprire un tumore all'ovaio. Un carcinoma endometrioide, appunto, di quasi 50 millimetri di diametro, quando l'ovaio di solito è di 30. Una massa preoccupante e un bivio: bisogna decidere presto cosa fare, perché è altissimo il rischio di metastasi. Così le dicono e la invitano a cercare un dottore a Roma. «Ma poi mi consigliano il dottor Arena – dice Giovanna -, lo chiamo e lui era pronto a partire per le ferie: era il 14 agosto». Ma il chirurgo capisce il caso: «La situazione poteva degenerare rapidamente, un tumore grande su una donna della mia età certamente non è una cosa normale. Allora è rimasto a Perugia». A rientrare dalle ferie anche altri medici dell'equipe, che è arrivata nella sala operatoria allestita il prima possibile: insieme ad Arena, c'erano la ginecologa Claudia Giordano, il ferrista Filippo Chioccioni, l'anestesista Mattia Meattelli e l'infermiere Domenico Del Casale. «Sono stati tutti bravissimi – prosegue Giovanna -. Il dottor Arena ha levato il tumore, l'ovaio malato ma non il resto. Ha pulito tutto intorno, ha tolto ogni frammento “cattivo”, ha fatto sparire le isole di endometriosi che erano anche nell'altro ovaio e mi ha salvato. Senza distruggere il mio sogno». L'intervento è stato effettuato in laparoscopia, complicato dal fatto che la massa non avrebbe dovuto rompersi o sarebbe stata morte certa. Ed essendo origine endometriosica, il rischio era alto così come se avesse infiltrato i tessuti circostanti: da qui la scelta di portar via l'ovaio con tutto il peritoneo che era attaccato. Ma, appunto, senza distruggere la voglia di diventare genitore.  
Perché Giovanna quel figlio lo voleva da sempre. Una voglia più forte anche del terrore per un tumore maligno. «L'oncologo dopo l'operazione ha detto che avrei dovuto aspettare cinque anni – spiega -. Il follow up è quello. Ma questa cosa mi ha fatto entrare in depressione: cinque anni in più, con un ovaio solo, quante possibilità avrei avuto di restare incinta? Allora mi sono affidata di nuovo al mio chirurgo: mi ha detto “Proviamoci”. E da lì è partita l'avventura. Tra aprile e maggio dell'anno dopo, in pieno Covid, sono rimasta incinta e lo scorso febbraio è nata Michela».
Un sogno che si è avverato, magari con un po' di fortuna, ma sicuramente grazie all'impegno di professionisti che non si sono lasciati spaventare da una diagnosi e non hanno scelto la via più facile, ma hanno lavorato con un duplice obiettivo. Per una storia di buona sanità e che fa bene al cuore. Soprattutto se sentita raccontare dalla sua protagonista. «Michela sta bene e io sono felice. La gravidanza è stata dura, sempre a rischio, sempre con la paura di perdere tutto – chiude Giovanna -, ma la mia bambina è arrivata. Certo mi hanno “riaperto” solo pochi giorni fa (in sala anche la professoressa Simonetta Tesoro, ndr), un mese dopo il parto, per un massa di altri 4 centimetri, ma era solo una cisti, non c'entrava nulla con il tumore. Quello non c'è più. E io posso solo ringraziare i medici del Santa Maria della misericordia e il reparto di Giorgio Epicoco».

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