Una scossa choc per divario digitale e sanità

Giovedì 28 Maggio 2020 di Osvaldo De Paolini
Una scossa choc per divario digitale e sanità
Il dibattito di queste settimane sul ricorso al Fondo Salva-Stati (Mes) o alle altre fonti europee che verranno attivate entro l’anno (Bei, Sure e Recovery Fund) rischia di deviare l’attenzione da un problema forse più importante: come spendere la massa ingente di denari - non meno di 200 miliardi, una cifra mai sognata nemmeno dal più visionario dei governi che l’Italia abbia avuto - che nei prossimi cinque anni verrà dirottata nelle casse del nostro Paese. E’ giusto usare risorse pubbliche, seppure in gran parte derivanti da nuovo debito, per mitigare l’impatto della pandemia su famiglie e imprese. Però adesso, per conseguire l’obiettivo di un livello di debito più sostenibile, l’Italia ha due leve soltanto: contenere il deficit entro ambiti ragionevoli e, soprattutto, crescere indirizzando gran parte delle risorse destinate a riparare i danni del Covid-19 verso attività a elevato contenuto digitale e infrastrutture capaci di rendere quanto più inclusivo un territorio che non ha più senso dividere in Nord e Sud; ma anche verso un nuovo concetto di salute pubblica che riduca al minimo il rischio del diffondersi di nuovi coronavirus. In altri termini dobbiamo rimettere a posto con urgenza, e con l’ausilio di un bagaglio tecnologico cui l’uomo mai ha avuto accesso prima, quelli che Dario Scannapieco chiama motore e trasmissione di un’automobile troppo vecchia e ormai incapace di assolvere il proprio compito e che, superata la fase della pandemia, rischia di farci sbattere se non verrà riassemblata. E il punto di partenza non può che essere un rilancio coraggioso degli investimenti pubblici. La stessa Commissione di Bruxelles, sempre molto critica per lo squilibrio dei nostri conti, ora spinge in questa direzione. E il motivo c’è: la spesa pubblica italiana per investimenti in percentuale del Pil è passata dal 3,7% del 2009 al 2,2% del 2019, mentre in Europa il livello medio è di circa il 3% (il 3,5% nel caso della Francia). Proprio questa asimmetria negli ultimi vent’anni ha tenuto inchiodato il Paese impedendo quella crescita che i nostri fondamentali potrebbero consentire. Ma come recuperare il gap che ci separa dai partner? Immaginare un percorso incrementale appare oggi inadeguato: la nostra automobile ha bisogno di una scossa forte per ripartire, dopo anni di inefficienza. 
 
Occorre perciò discontinuità nel programmare gli investimenti, e soprattutto rapidità e precisione. Sicché i percorsi autorizzativi per la loro realizzazione vanno snelliti e resi trasparenti: molte speranze vengono risposte nell’imminente decreto Semplificazioni, si vedrà se davvero la politica ha deciso di abbattere il burocratismo dominante, responsabile primo della paralisi del Paese. Il quale, dovendo massicciamente investire in ammodernamento delle infrastrutture materiali e immateriali e nella messa in sicurezza del territorio, deve prendere esempio dai migliori casi europei per cercare di attrarre risorse dai mercati finanziari: il sostegno dell’Europa non durerà in eterno, perciò fin da subito si dovrebbe delineare un percorso che ci renda più attraenti agli occhi degli investitori esteri. Magari cominciando a dimostrare al mondo che i primi a credere nell’Italia siamo noi italiani, mettendo in gioco i nostri risparmi e la nostra capacità d’impresa.

UN MODERNO SISTEMA DI ALLERTA
Dunque, tanta tecnologia e una nuova sanità. Non che il governo abbia lesinato nei due decreti destinati alla ripartenza (Rilancio e Cura Italia), ma se alla nuova sanità sono stati destinati circa 7 miliardi, quanto all’innovazione non c’è da largheggiare: 600 milioni per quest’anno e altrettanti per il prossimo. Gli occhi sono perciò rivolti alle risorse che verranno dall’Europa, confidando che il governo abbia chiaro che si tratta di due settori cruciali. Per capire quanto si è ancora lontani da una situazione ideale, basti dire che la Bei recentemente ha finanziato per oltre 1 miliardo di euro start-up e imprese innovative europee che stanno sviluppando cure o vaccini, mentre dall’Italia sono giunte richieste limitatissime da parte di due sole aziende. Eppure in televisione vediamo scienziati italiani che all’estero vengono considerati autentiche autorità. Rafforzare le spese per ricerca e sviluppo e i cluster industriali di eccellenza che ancora abbiamo, raccomanda il vicepresidente della Bei, sono decisioni non più rinviabili. Ma per arrivare a tanto ci deve essere anche un cambio culturale. La principale distinzione che si dovrebbe fare è quella fra spesa corrente e investimenti. Se si contrae un debito con una delle strutture europee deputate a finanziarci (Mes, Bei, Recovery Fund) andrebbero privilegiati gli investimenti mentre ancora oggi essi rappresentano appena una frazione della spesa. Non riveliamo alcun mistero se affermiamo che la nostra dotazione tecnologica nel settore sanitario è obsoleta, male utilizzata e allocata in edifici troppo vecchi e troppo dispendiosi. Un radicale rinnovamento del sistema non sarebbe una spesa, ma un investimento che nel medio periodo consentirebbe anche cospicui risparmi. Per non dire dell’intervento radicale che sarebbe necessario per rafforzare la rete dei medici di base. Dei 7 miliardi destinati dal governo alla nuova sanità, 1,5 sono per la medicina territoriale; ma se lo scopo è costruire in breve tempo un sistema di allerta esteso all’intera penisola, con i dati dei medici di base scambiati in tempo reale e capaci di rivelare per tempo l’insorgere di infezioni, quei denari non basteranno. Ci vuole molto di più: se a dicembre avessimo avuto un sistema simile già attivo, probabilmente avremmo avuto qualche settimana di vantaggio nella lotta al virus e un minor numero di pazienti in rianimazione.

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