Basket, Gallinari: «Chiedetemi tutto per una medaglia»

Danilo Gallinari
di Gianluca Cordella
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Venerdì 23 Luglio 2021, 07:30 - Ultimo aggiornamento: 11:16

dal nostro inviato

TOKYO A volerci scherzare su, lo si potrebbe definire il volto nuovo della Nazionale italiana di basket. Realisticamente, Danilo Gallinari è quell’iniezione di classe ed esperienza che potrà far fare il salto di qualità al gruppo di indemoniati che ha lasciato senza parole Belgrado, riportando l’azzurro della pallacanestro alle Olimpiadi dopo 17 anni.


Gallinari, com’è stata l’accoglienza dopo la sua massacrante stagione Nba?
«Ottima. Ci sono dei ragazzi d’oro e un ambiente speciale che si è creato anche grazie a coach Sacchetti».

La sua chiamata ha “causato” il taglio di Abass…
«Quando ho dato la mia disponibilità a giocare le Olimpiadi, l’ho chiamato subito per ringraziarlo di quello che ha fatto. Sono in debito a vita con lui e con tutti gli altri ragazzi che mi hanno permesso di vivere questo sogno. Ora però dobbiamo fare un passo in più e provare a portare a casa qualcosa».

Come parte questa Italia?
«Ce la giochiamo con tutti, abbiamo realizzato un sogno, ma vogliamo di più. Giocheremo per vincere sempre».

Dovrà cominciare a farlo contro Australia, Germania e Nigeria.
«Tre squadre toste, hanno tutte fisicità, esperienza… Hanno tutto. Noi ci metteremo come al solito il cuore».

Anche l’Italia però ha qualcosa in più, o sbaglio?
«Noi abbiamo la possibilità di correre tanto e segnare molto da tre punti. Se riusciamo a tenere alte le percentuali dall’arco, come hanno fatto in Serbia, abbiamo buone possibilità di portare a casa le partite».

La vittoria di Belgrado che effetto ha avuto?
«Sicuramente è aumentata la consapevolezza, che però stava crescendo già da prima. Contro la Serbia io ho visto un’Italia che ha dominato fisicamente e tecnicamente».

E Gallinari cosa può aggiungere?
«Entro in un gruppo molto versatile, sia offensivamente che difensivamente, con tanti giocatori che possono fare cose diverse. E questa è sempre stata la caratteristica anche della mia carriera. Diciamo che aggiungo versatilità a versatilità».

Sarebbero serviti anche Belinelli e Datome?
«Marco e Gigi sono miei compagni di Nazionale da quando avevo 18 anni e ovviamente mi dispiace non vederli qui. Abbiamo giocato insieme più di dieci anni ed essere qui era il nostro obiettivo. Se non sono venuti è perché ci sono dei motivi seri. Ci siamo sempre sentiti anche in questi giorni: capisco la loro amarezza e quello che hanno dovuto passare. Non è facile decidere di esserci o non esserci, lasciare la maglia azzurra non è mai facile».

Fa specie chiedere a un veterano le sensazioni della prima Olimpiade…
«È chiaro che è un po’ strana per il discorso del Covid e per tutte le misure che ci sono. Ma quando entri nel Villaggio olimpico ci sono delle sensazioni davvero particolari che provi solo in questo ambiente qua. In Italia culturalmente cresciamo con il sogno olimpico, anche per me è stato così. Vestire la maglia della Nazionale era l’obiettivo di sempre. Negli Stati Uniti, invece, ragionano in modo diverso».

A proposito di Stati Uniti, non le sembrano più vulnerabili di altre versioni?
«Sono problemi che non mi riguardano (ride). Le sconfitte nell’avvicinamento ai Giochi saranno state sicuramente d’aiuto e loro partono sempre favoriti. Però il livello internazionale cresce e vincere diventa sempre più difficile anche per loro».

In più Middleton, Holiday e Booker hanno finito poche ore fa le Finals Nba.
«Ma sono sempre tre giocatori che le hanno giocate…».

I Bucks hanno meritato di vincerle?
«Certo, ci provavano da qualche anno. Stavano costruendo, giocatori e società, un progetto vincente. E ci sono riusciti».

I suoi Hawks però gli hanno complicato la vita.
«Quando arrivi a un passo dalla finale, un po’ di amaro in bocca rimane. Soprattutto per gli infortuni, Bogdanovic ha giocato su una gamba. Abbiamo fatto più di quello che ci aspettavamo all’inizio, ma contro i Bucks potevamo giocarcela ancora meglio con un po’ di fortuna. Speriamo di fare ancora meglio l’anno prossimo».

È stato leader del gruppo. Cos’ha detto alla squadra dopo la sconfitta in finale di Conference?
«Ero incavolato nero. La mia filosofia è che quando sei lì devi dare tutto. Ho dovuto spiegarlo ai giocatori più giovani che invece dicevano “va be’, ci riproviamo il prossimo anno”».

Una finale con i Suns come sarebbe andata?
«Difficile dirlo. In regular season Phoenix ci ha distrutto mentre con Milwaukee siamo andati sempre abbastanza bene. Forse sì, forse no. La loro è stata comunque una bellissima finale, con due dispiaceri».

Quali?
«Mi spiace per Chris Paul, è mio amico, abbiamo giocato insieme. Quando ho parlato ai ragazzi di Atlanta ho fatto il suo esempio: ci ha messo 16 anni per arrivare in finale. E poi mi dispiace molto per Riccardo Fois che è parte di questa nazionale, che a Phoenix sta facendo molto bene e che prima di tutto è un mio amico».

In tutto questo è diventato papà di Anastasia. È diventato più maturo anche in campo?
«No, mi sento lo stesso giocatore di prima. La vita fuori è cambiata».

Più difficile una marcatura Nba o un cambio di pannolino?
«Mi ha aiutato molto mia mamma a fare tutte le cose che si fanno con i bimbi. Ero molto preparato. Un figlio ti cambia la vita, in meglio, ovviamente. Sono arricchito come uomo, quello sicuramente».

Se vince una medaglia fa qualche pazzia alla faccia della maturità?
«Fatemi una lista di cose e dico sì a tutto».

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