Successi e polemiche del guerriero Sinisa

Domenica 14 Luglio 2019 di Matteo Sorio
«Dove sono nato io devi essere duro, non per scelta, ma per sopravvivenza». Figlio dei Balcani, di mamma croata e papà serbo, di quella guerra che «annulla buoni e cattivi» e qualcosa (molto) sotto pelle te lo lascia. Come le etichette militari. «Soldato» da giocatore (Mister Punizioni) e «sergente» da allenatore (Mister Agonismo). Ma dentro un duro che sprona i suoi con Walt Disney («I sogni si avverano se abbiamo il coraggio di perseguirli») c’è anche qualcosa di tenero. Sinisa Mihajlovic è un parente dell’est con cui tanta della famiglia italiana del pallone ha passato fin qui le sue domeniche: Milano (Milan), Torino (Toro), Genova (Samp) e Bologna al nord, Firenze e Roma (doppia sponda) al centro, Catania al Sud. In campo, 315 partite di A. In panchina, 264. Dentro e fuori il rettangolo: schietto, estremo, irritato dal velluto del politichese. 
TIRI MANCINI 
Classe ’69, Mihajlovic è «italiano» dal ’92, anno del trasloco da una luminosa Stella Rossa alla Roma del «secondo padre» Boskov («Fu io a convincerlo a far esordire Totti»). Da centrocampista a difensore, la svolta d’abito (con Eriksson, Samp). Direttive, avvii del gioco, scudetti (Lazio 2000, Inter 2006) e bolidi da fermo: 42 gol su punizione (uno superando i 160 km/h) di cui 28 in A, record eguagliato solo da Pirlo nel 2015. Il lato da mischia nei contrasti, in certi faccia a faccia tra cui il più noto col futuro amico Vieira («Dire nero di merda è razzismo ma zingaro di merda no?») e in certi calderoni come il necrologio per Arkan («Un amico sportivo, capo dei tifosi Stella Rossa, ha aiutato la mia famiglia a Belgrado così come i serbi a rischio massacro in Croazia: i crimini non li condivido ma la guerra è un casino di qua e di là e per me e il popolo serbo lui è stato importante»).
GENERALE ALLA LAVAGNA 
Il Mihajlovic che prepara lo schema contro la malattia è un 50enne che può allenarsi alla lotta come allena (incipit da vice-Mancini) le sue squadre. Toste, compatte, motivate. Dal catalogo delle (personali) citazioni: «Non dobbiamo avere paura che della paura» (Giulio Cesare), «Zero passi indietro, nemmeno per la rincorsa» (Che Guevara), «Guai a prendere il sentiero della sottomissione (John Kennedy). Difesa e testa alta, se il gioco arriva bene, ma la tigna non può aspettare. Il messaggio di ieri di Donnarumma (lanciato in porta a 16 anni) è pure un link al Mihajlovic indifferente, per davvero, alla carta d’identità (Benassi, capitano del Toro a 22 anni: «Non era facile? Non è facile alzarsi alle 4, lavorare tutto il giorno e non arrivare a fine mese»). Quel Mihajlovic che, alla fin fine, è egli stesso a non lasciare mai indifferenti. E a dividere. Sempre. Tranne ora.


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