Malagò: «Giochi di Pechino? Faremo un altro miracolo. E Goggia ci proverà»

Malagò: «Giochi di Pechino? Faremo un altro miracolo. E Goggia ci proverà»
di Alessandro Catapano
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Lunedì 24 Gennaio 2022, 00:05

Chiamano, è un continuo. Dirigenti, funzionari, atleti, amici. Lui risponde a tutti, per questo (non solo per questo) è noto. Non c’è tregua per Giovanni Malagò. Lui continua a dire, a chiunque lo interroghi sui rapporti sempre tesi con i “cugini” di Sport e salute: «Volete sapere cosa facciamo al Coni? Venite qui e passate mezza giornata con me».

Qui, è il suo ufficio in fondo al corridoio di palazzo H, la rappresentazione scenica di un’esistenza in cui non c’è distinzione tra pubblico e privato, lavoro e affetti. In un’ora e mezza, entrano ed escono figlia, nipoti (bellissimi), cane (Nino, labrador marrone), segretaria, assistente, dirigenti, presidenti federali, ori olimpici. Tutti rigorosamente tra una telefonata e l’altra. Chi chiede aiuto per naturalizzare un campione straniero, chi si informa sulle sue condizioni di salute, chi per fissare una cena insieme, e sono le telefonate più belle, soprattutto se ha chiamato Paolo Sorrentino. «Bello il film, bello e tosto».

Succede, poi, che arrivino anche telefonate meno piacevoli. Ieri è successo nella tarda mattinata, quando da Cortina il presidente della Fisi, Flavio Roda, gli ha confermato il pessimismo che circolava sulle condizioni di Sofia Goggia, poi confermato dalla diagnosi serale. A 11 giorni dall’apertura dei Giochi di Pechino, l’Italia rischia di ritrovarsi senza la sua portabandiera. 


Presidente Malagò, tiri fuori il suo proverbiale ottimismo...
«Stavo vedendo la gara, è stato un momento surreale. Nella mente si sono affollati tanti pensieri, i pochi giorni che ci separano da Pechino, gli infortuni precedenti, il conto aperto con il destino. La vita, lo sport, sono così. Sofia lo sa bene, va sempre al massimo e conosce le insidie che si nascondono, dentro e fuori dalla pista. Incarna alla perfezione lo spirito e i valori del nostro movimento, non si arrende facilmente. Sono sicuro che farà l’impossibile per provarci, per stupirci ancora. È stata designata portabandiera non solo per i successi ottenuti ma per quella straordinaria capacità di rappresentare l’identità che fa eccellere lo sport italiano nel mondo. E sono convinto che la nostra spedizione resta di tutto rispetto, anche qualcosa in più. Quattro anni fa, portammo a casa dieci medaglie. Ora, possiamo vincerne potenzialmente il doppio, una ventina. Non esagero, può succedere di tutto, anche questa volta».


Assisteremo ad un altro miracolo italiano? 
«Quello che è successo a Tokyo è irripetibile, frutto anche dell’imponderabile. Ma bisogna riconoscere che la nostra preparazione olimpica è di altissimo livello. Merito di professionisti straordinari, che hanno saputo organizzarsi durante la pandemia, senza smettere un giorno di allenarsi. Fa impressione dirlo, ma nello sport siamo una potenza mondiale, secondi solo agli Stati Uniti, e lo dimostreremo anche a Pechino. Poi, certo: i risultati dipendono dai centesimi, da un alito di vento, dai pettorali, dallo stato d’animo con cui ci si affaccia alla gara. Sia chiara una cosa, però: non è un miracolo eterno. Se non ci arriva la spinta della scuola, con la crisi economica, il problema delle bollette energetiche, e la caporetto demografica, nel medio termine saremo condannati a non ripetere questi risultati».


A proposito di sport a scuola, come siamo messi?
«Male, ma dovete chiederlo a Sport e salute, che ce l’ha tra le sue mission e invece si occupa di altro. Per noi è sempre stata la madre di tutte le battaglie. Nel nostro piccolo, prima Petrucci poi il sottoscritto, qualche milione lo abbiamo investito, anche se non eravamo tenuti. Ma ora? Cosa ha investito di più la nuova società? E’ un fallimento totale, di cui - sia chiaro - noi non siamo contenti. Evidentemente, conviene investire di più in cose che danno un ritorno immediato, anche in termini di immagine».


Malagò, chi deve promuovere lo sport in Italia?
«Anche qui, siamo presi in giro. Perché Sport e salute non si occupa dei 46 milioni di italiani che il Coni non può e non vuole gestire, anziché occuparsi dei nostri tesserati, che francamente curiamo molto meglio noi? Ma del resto ormai lo hanno capito tutti cosa si voleva fare con la riforma del 2018».


Cosa?
«La politica ha voluto occupare lo sport, più che occuparsi delle cose che non funzionavano».


Pensavamo fosse stato fatto qualche passo avanti...
«Sì, lo riconosco. Ma molto va fatto ancora. Vi faccio un esempio: non c’è una società che gestisca il patrimonio immobiliare. Se, per dire, si rompe una caldaia nel centro di preparazione olimpica di Formia, con gli atleti dentro, saremmo tenuti a fare una gara europea per ripararla. Ma vi pare possibile?».


Come se ne esce?
«Rendendosi conto con onestà di come stanno le cose. Dopo Pechino mi aspetto un salto di qualità. Se Sport e salute comincerà a seguire la propria mission, saremo alleati. Altrimenti, continueremo a essere antagonisti».


Lei ha detto che dopo Pechino si aspetta uno scatto pure per Milano-Cortina.
«Deve diventare la priorità assoluta. Siamo indietro, a quasi tre anni dall’assegnazione non è ancora partito un cantiere. Sono preoccupato, e dire che abbiamo vinto perché nel nostro dossier il 90% degli impianti era già esistente». 


Manca molto, ma proviamoci: un oro sicuro a Parigi 2024?
«Il Nacra 17 di Tita e Banti, se si qualificheranno. Ma anche tra gli juniores siamo i migliori del mondo». 


La sorpresa? 
«Il doppio del tennis, sono convinto che Berrettini e Sinner faranno coppia e ci porteranno una medaglia».
Il 4 febbraio torna in pista Marcell Jacobs. Gli inglesi non hanno ancora digerito il suo oro nei 100.
«Finalmente lo rivediamo. Dopo Bolt, pensavano di vincere. E invece Jacobs ha sparigliato. Hanno rosicato, se si può dire».


Ci sarà un’altra Federica Pellegrini nello sport italiano?
«Me lo auguro, ma è durissima. Abbiamo percorso un bel tratto di strada insieme, è stata un modello di serietà e organizzazione, la scelta vincente fu dotarsi subito di uno staff che lavorasse per lei, molti ori recenti dovrebbero imparare da lei».


La spaventa un altro Mondiale di calcio senza l’Italia?
«Molto, sarebbe tristissimo. Gravina ha detto che una mancata qualificazione non cambierebbe il suo destino, né quello di Mancini. Legittimo, ma sarebbe una botta per tutto lo sport italiano».


Il calcio reclama sempre soldi.
«Ma è tutto lo sport che ha bisogno di essere sostenuto dopo la pandemia, e con questo rincaro energetico. Solo che in certi casi, nel calcio professionistico, molti danni erano già stati fatti prima. Per carità, c’è una sproporzione evidente tra il gettito fiscale del calcio e quello che gli torna indietro, ma che lo Stato ora debba pagare gli stipendi di 4 allenatori cambiati in pochi mesi, non esiste. E come la mettiamo con gli altri sport come il basket che vivono quasi esclusivamente degli incassi al botteghino?».


Il Presidente della Repubblica che si eleggerà in questi giorni inaugurerà Milano-Cortina. Le mancherà Mattarella?
«Si parte da un livello altissimo, quello che ha fatto per lo sport non posso dimenticarlo. Mancherà anche agli atleti. Ha una competenza insospettabile. Anche noi abbiamo dato il nostro contributo in questi sette anni, lo abbiamo fatto divertire».

 
L’Olimpico un giorno si chiamerà stadio Paolo Rossi? 
«Paolo era un amico e ho un ottimo rapporto con Federica, la moglie. Secondo me, il nome di Pablito non meritava di finire tirato per la giacchetta. Dopodiché, abbiamo fatto una ricerca: nel mondo non c’è uno stadio olimpico intitolato ad una persona. Prendiamolo come uno sprone perché Roma e Lazio si facciano il loro stadio e la Figc trasformi l’Olimpico nello stadio della Nazionale».


Malagò, lei è all’ultimo mandato. Cosa farà da grande?
«Ho avuto un bel campanello d’allarme il 24 dicembre, avevo idee molto chiare, quello che è successo mi deve far riflettere. Troppo stress, troppi problemi in questi tre anni e mezzo. Ma rifarei tutto, era mio dovere difendere lo sport italiano».

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