Rai, già a rischio la trattativa con Bonolis. E Fiorello: ora si pensa solo ai costi

Sabato 25 Febbraio 2017 di Marco Molendini
ROMA E adesso? Il clima dalle parti Rai è di perplessità a cominciare dai vertici che, ieri, hanno cominciato a rassicurare lo star system sul rischio che il tetto ai compensi di 240 mila euro diventi operativo da aprile, spiegando di aver sollecitato formalmente il governo a chiarire la situazione. La questione ha anche una certa urgenza perché, pure in una situazione di stallo, qualche danno già è stato procurato.

Per esempio la trattativa che la Rai stava portando avanti con Paolo Bonolis. Con questi chiari di luna è evidente che il conduttore (in predicato di raccogliere l'eredità di Carlo Conti per il Festival di Sanremo) chiuderà rapidamente con Mediaset, che palpitava per avere una sua riconferma. Oppure: in queste settimane veniva data per quasi chiusa la trattativa con Mika per il bis del suo show su Rai 2. Siamo sicuri che il cantante libanese voglia impegnarsi in queste condizioni d'incertezza?

IL DILEMMA
La verità è che la querelle nata attorno alla decisione del cda mette ancora una volta la Rai di fronte a un antico dilemma che tocca direttamente la sua natura ibrida: metà servizio pubblico, metà network commerciale. Con la sua ironia ieri Fiorello scherzava sulla questione nella sua edicola trasmessa su facebook: «Duecentoquarantamila euro sono tantissimi, 20 mila euro al mese. Giletti è ricco di famiglia, gira in lambretta, se ne ha bisogno venga qui al bar ad arrotondare». E ancora: «Sono d'accordissimo sul tetto, tutto quello che è pubblico deve essere così. Ci metto la firma e chi lavora in Rai deve sapere che è così. Tutto ciò che è pagato dai contribuenti deve avere un tetto. Anche i vitalizi dei politici». Paradosso, ovviamente. Anche perché Fiore sarebbe il primo a evitare di lavorare per la Rai a queste condizioni. E, infatti, ce lo dice apertamente, spiegando perché non gli va di rifare i grandi show del sabato su Rai 1: «Ti cominciano a chiedere quanto costa, i compensi degli ospiti, quanto hai speso». Insomma, è come se la Rai fosse costretta a uscire dal mercato. «Nessun sistema televisivo occidentale funziona in questo modo» dice un agente legato a molte star.

LA CONCORRENZA GODE
«Si avvantaggerebbe la concorrenza e, a me che sono il più Rai di tutti perché ci lavoro dal 64, è una cosa che non potrebbe farmi piacere», dice Renzo Arbore, anche se riconosce che nello star system «girano contratti a cifre spropositate a volte perfino frutto di bluff, spesso artisti si fanno aumentare i compensi dicendo di aver avuto offerte dalla concorrenza». E' ironico anche Arbore sulla questione, ma l'uscita da questa vicenda non sarà affatto da ridere. Anche perché il sospetto è che il tetto possa essere applicato perfino ai contratti in essere (così come è stato fatto coi dirigenti, con una sorta di pialla che ha portato l'azienda alla paradossale situazione in cui il dg guadagna praticamente quanto alcuni capostruttura). Se così fosse, si innescherebbe una catena con molte ricadute.
Intanto gli artisti sarebbero legittimati a ricorrere a vie legali oltre a rompere immediatamente il rapporto in atto. La Rai, a quel punto, dovrebbe trovare nuovi conduttori, ma dovrebbe farlo in accordo con l'inserzionista, ammesso che sia d'accordo e che non voglia ridiscutere (visto che non c'è più la star alla guida di quel dato programma) l'intera sponsorizzazione. Lo sanno i vertici, lo sanno i politici (che pure hanno innescato la miccia, lo sanno gli artisti, anche se la parola d'ordine in questo momento è prudenza. Carlo Conti dice: «Per commentare la situazione è meglio aspettare che le decisioni siano definitive». E Pippo Baudo sceglie di mordersi la lingua perché nel contratto che ha fatto c'è la clausola del riserbo sulle questioni aziendali.

Il tempo, mai come in questo caso, è denaro. E il rischio più grosso è quello di finire in un compromesso all'italiana. Ovvero che non ci sia una decisione chiara e che si ricorra ad escamotage, tipo quello di affidare i contratti delle star alle società di appalto, che già dettano legge per tanti versi, o che si facciano nuovi contratti con gli artisti lasciandoli liberi di trattare direttamente con gli sponsor (tornando a una situazione che in passato ha creato casi spiacevoli). Ma a quel punto anche la Rai dovrebbe interrogarsi sui costi esorbitanti di alcuni format. Per esempio perché pagare 5,6 milioni di euro a stagione a Magnolia per l'Eredità o 5,3 a Endemol per Affari tuoi se poi, dovendoli affidare a conduttori sconosciuti, la resa di quei programmi si ridurrà sensibilmente?

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