Gigi Proietti torna a teatro: «Per Roma sogno di creare Radio Raccordo Anulare. Il virus? Gli italiani sono stati bravi»

Gigi Proietti torna a teatro: «Per Roma sogno di creare Radio Raccordo Anulare»
di Gloria Satta
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Domenica 12 Luglio 2020, 09:38

Per ripartire dopo il lockdown, Gigi Proietti si regala un impegno e un sogno. Il primo, in programma il 29 luglio, è la riapertura (in sicurezza) del Globe Theatre, lo spazio incastonato nel verde di Villa Borghese e da 17 anni punto di riferimento nella vita culturale dei romani. «Ripartiremo con Venere e Adone, un poemetto che Shakespeare scrisse durante la peste di Londra mentre i teatri erano chiusi. La regia è di Daniele Salvo. Spero, visto il momento, che sia di buon auspicio», anticipa il grande attore romano.
Il sogno? «Mettere in piedi Radio Raccordo Anulare, un progetto che mi frulla in testa da anni. Un'emittente gestita da giovani per tenere collegate e informate tutte le zone della città, specie le periferie: il problema, in una metropoli come la nostra, è la comunicazione. I romani devono conoscersi, non rimanere distanti come isole».
Tra i progetti di questo artista a 360 gradi che il 2 novembre compirà 80 anni senza contemplare la pensione, ci sono poi l'allestimento di Tosca e la riduzione teatrale di Casotto, il film di Sergio Citti (1977). Intanto, Gigi racconta sé stesso e il legame con Roma tra riflessioni, ricordi, la consueta ironia. «Io un monumento? Ma se non so manco anda' a cavallo».
Come vive il ritorno alla normalità?
«Con un certo ottimismo. Sono abituato a vedere il bicchiere mezzo pieno anche se stavolta è un po' difficile: ci terrorizzano annunciando catastrofi sanitari ed economiche per settembre con la seconda ondata del virus. Speriamo di no! Mentre i virologi non si mettono ancora d'accordo, cerco di fare al meglio quello che so fare, per la mia città. Sto dando tutto me stesso al Globe».
La gente ha voglia di tornare a teatro?
«A giudicare dai social, c'è grande attesa per la riapertura del nostro spazio che ha sempre fatto il tutto esaurito e rappresenta il mio fiore all'occhiello dopo l'esperienza del Teatro Tenda, la riqualificazione del Brancaccio e il Brancaccino. Il nostro lavoro va difeso a spada tratta, è fragile. Il teatro è pochissimo considerato mentre, come predicava il grande Eduardo, non andrebbe tassato perché non è un business ma un servizio sociale. Quando si è deciso di chiudere i teatri per il virus, non mi è parso di udire l'urlo di dolore proveniente dagli uomini delle istituzioni. Se non fosse così, riaprirebbero il Valle».
Come ci siamo comportati, secondo lei, durante la pandemia?
«Molto bene, gli italiani hanno rispettato le restrizioni e lottato insieme contro il virus con grande senso civico».
E i romani? Si aspettava che la Capitale fosse così responsabile e disciplinata?
«Ma certo. Roma ha sempre risposto benissimo alle emergenze. Lo ha dimostrato anche nel lockdown pur essendo diventata una grande metropoli con le sue complessità».
Quali sono le magagne più grandi della città?
«Facile rispondere le solite buche e la solita immondizia, ma sono problemi antichi. Non a caso già Aldo Fabrizi cantava Buongiorno monnezza».
Le hanno mai proposto di entrare in politica?
«Sì, ma ho rifiutato. Meglio essere un discreto attore che un pessimo politico. Accetterei solo se ci fosse un dicastero per le formazioni professionali: vorrei riaprire il Laboratorio per giovani attori, ci penso seriamente e intanto ho proposto all'Accademia Silvio D'Amico di mandare i neo-diplomati a farsi le ossa al Globe».
È cambiata la romanità?
«Un tempo avrei detto che la nostra prima qualità è la tolleranza, scambiata per pigrizia. Putroppo siamo diventati troppo nervosi anche noi. Damose 'na calmata».
Come si sente in questa stagione della vita?
«Sereno: non mi sembra di aver fatto grossi danni né di aver perso tempo, soprattutto nei confronti della mia città. E voglio lavorare ancora».
Ha sassolini, sassi o macigni da togliersi?
«Qualcuno, ma ormai è diventato sabbia. Sono felice, mi sono divertito tanto e penso di aver divertito gli altri. Ho fatto teatro, cinema e avuto il grande successo popolare grazie a serie tv come Il Maresciallo Rocca».
Il momento in cui è stato più felice?
«Alla nascita delle mie figlie Carlotta e Susanna, nel periodo magico dello spettacolo A me gli occhi please».
Con l'età è diventato più tollerante?
«Per certi versi sì. Ma ci sono cose che non sopporto: lo squilibrio perdurante tra ricchi e poveri, le promesse dei politici che da 10 anni ripetono le stesse cose, l'evasione fiscale, la corruzione, la speculazione».
Memorabile il sonetto che lei compose nel 2003, al funerale di Alberto Sordi: vede un suo erede?
«Non può esistere. Sordi è una parte intrinseca del Paese che ha rappresentato in una fase storica irripetibile».
L'incubo appena vissuto ci ha resi migliori?
«Ci ha fatto capire che bisogna ripensare il sistema Italia con responsabilità, onestà, consapevolezza. Spero che siamo diventati migliori: per rimanere quelli di sempre, non serviva la pandemia. In bocca al lupo a tutti noi».
 

 

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